sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marta Serafini

Corriere della Sera, 25 novembre 2024

Il riconoscimento all’australiano John Braithwaite: “Investirò in borse di studio in Africa e in Ucraina”. John Braithwaite, professore emerito e fondatore di RegNet (Regulatory Institutions Network), ora School of Regulation and Global Governance (RegNet) presso l’Australian National University, racconta spesso una storia. Parla di una donna che smette di andare al mercato perché ogni volta ci incontra un negoziante che indossa l’orologio di suo figlio ucciso in guerra.

Braithwaite, in queste ore a Milano per una guest lecture all’Università Cattolica ospitata dall’Alta Scuola Federico Stella sulla giustizia penale, continua: “La donna era convinta che quell’uomo fosse l’assassino di suo figlio. Ma quando lui decide di incontrarla dopo essere stato convinto da un gruppo di abitanti del posto, le spiega di aver comprato l’orologio rubato durante un saccheggio da un altro uomo. Il commerciante decide di restituire l’orologio alla donna scusandosi per aver indirettamente contribuito alla sua sofferenza. E così la donna torna a fare la spesa al mercato”.

Quindi è questo il concetto di giustizia riparativa, di cui lei è considerato il padre, tentare di porre di rimedio e risarcire le vittime anche in modo indiretto?

“Innanzitutto, chiariamo che si parte da un concetto: poiché il crimine fa male, la giustizia dovrebbe guarire sempre. È un processo in cui tutti gli attori che hanno vissuto o commesso un’ingiustizia hanno l’opportunità di riunirsi per discutere di chi è stato danneggiato, di cosa si potrebbe fare per riparare quel danno e di soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Parliamo delle vittime, dei trasgressori e dell’intera comunità. Perché stiamo parlando di giustizia relazionale”.

Chi decide?

“A volte è il circolo riparatore, ma non è per forza una decisione sanzionatoria. Quella riparativa è una giustizia meno punitiva di quella dei pubblici ministeri e dei tribunali e implica un profondo ascolto di tutti i punti di vista. Un’altra differenza fondamentale è che tiene insieme le due parti, la vittima del crimine e il presunto autore del crimine, e ciò crea una dinamica molto diversa perché porta al tavolo tutti”.

Lei è stato attivo nel movimento per la pace, nelle politiche di sviluppo, nel movimento sociale per la giustizia riparativa, nel movimento sindacale e nel movimento dei consumatori, intorno a queste e altre idee per 50 anni in Australia e a livello internazionale. La giustizia riparativa funziona anche per le guerre?

“La Corte penale internazionale ha la capacità di perseguire solo un numero molto piccolo di persone. Inoltre raramente riesce ad arrivare a quelli che torturano le persone, che abusano dei diritti umani, che sparano a civili innocenti senza una buona ragione, solo per razzismo, ad esempio, o pregiudizio religioso. Un buon punto di partenza sono le scuole in un contesto post bellico. Se ci saranno scolari disposti, ad esempio, a unirsi ai compagni che vengono cacciati o bullizzati per motivi politici, religiosi o di altro tipo ma legati al conflitto perché sentono che queste mette in pericolo la loro capacità di apprendimento allora questo sarà un buon punto di partenza perché un giorno quegli scolari saranno magari politici, magistrati, giornalisti…I bambini non nascono democratici. Devono imparare a essere democratici e quel tipo di attività in classe può aiutarli ad affrontare le conseguenze della guerra nella loro società mentre crescono”.

Un caso pratico?

“Pensiamo anche alle donne di conforto dalla Corea della seconda guerra mondiale per le quali il Giappone si rifiutò di fare giustizia di transizione per decenni e decenni e decenni. Elaborarono forme alternative di giustizia guidate dai cittadini, ma con giuristi internazionali illustri che emettevano giudizi indipendenti finché per la prima volta un tribunale ha dato ragione a queste costrette a prostituirsi per i soldati dell’esercito occupante costringendo il Giappone a risarcire alcune di loro”.

Lei ha vinto il premio Balzan 2024 per il suo contributo allo sviluppo teorico e alla diffusione della prassi della giustizia riparativa contemporanea, per il suo impegno a servizio delle istituzioni e della costruzione sociale, per il suo lavoro di alta divulgazione scientifica ed editoriale, per la sua dedizione alla crescita culturale delle più giovani generazioni nei valori della giustizia riparativa. Che significato attribuisce a questo riconoscimento?

“È un premio così importante e prestigioso. Ma sento di essere solo un piccolo ingranaggio nel movimento sociale per la giustizia riparativa e nella comunità di ricerca internazionale per garantire che questa sia una pratica basata sulle prove. Quindi, sono onorato del premio e userò i soldi proprio per rafforzare questo punto attraverso borse di dottorato per lo studio della giustizia riparativa, principalmente in Africa ma anche in posti come l’Ucraina”.