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di Federico Rampini


La Repubblica, 15 ottobre 2019

 

Economia, vincono gli studi sugli ultimi. Tre premiati: due sono marito e moglie. I vincitori del premio Nobel per l'economia quest'anno sono tre. Una coppia, marito e moglie: l'indiano Abhijit Banerjee e la francese Esther Duflo, entrambi docenti al Massachusetts Institute of Technology. Al terzo è l'americano Michael Kremer, che insegna ad Harvard. Tutti e tre sono studiosi dello sviluppo.

Secondo le motivazioni del premio, si sono distinti per aver "introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale. In due decenni, il loro nuovo approccio sperimentale ha trasformato l'economia dello sviluppo, che ora è un fiorente campo di ricerca".

Quello che hanno in comune è l'approccio "sperimentale", appunto: cioè pragmatico, empirico, ai problemi del sottosviluppo e delle diseguaglianze. Niente proclami ideologici, bensì la ricerca delle soluzioni che funzionano, sperimentandole sul campo per sottoporle alla prova dell'efficacia. Uscire dalle stanze dell'accademia, andare tra la gente a vedere cosa funziona e cosa no.

Per fare un esempio, un esperimento di cui si occupò la Duflo all'inizio della sua carriera (quando era appena 34enne), consisteva nel distribuire un medicinale contro i vermi intestinali in un campione di scuole del Kenya: con una spesa minima l'assiduità degli scolari in classe aumentò del 25%. La coppia Banerjee-Duflo ha appena pubblicato un libro, "Good Economics for Hard Times" (Public Affairs, New York 2019), cioè "una buona economia per tempi duri", che uscirà in italiano presso Laterza.

È una lettura sorprendente, non è il saggio di economia che ti aspetteresti da due accademici titolati. Ci rivela che Banerjee e Duflo hanno molto da dirci su di noi, oltre che sulle ricette giuste per sollevare l'Africa dalla miseria. Sono anche due fustigatori spietati della propria professione. Il libro comincia con una barzelletta feroce sugli economisti, e non a caso: il punto di partenza è il crollo della loro credibilità, solo il 25% dei cittadini ha qualche fiducia negli esperti di economia. Peggio di così nella stima popolare ci sono solo i politici.

Le ragioni sono tante e i due neo-premiati dal Nobel non ne risparmiano nessuna. Tanto per cominciare c'è un dilagante conflitto d'interessi: "Quegli economisti che vanno in tv e scrivono sui giornali sono spesso portavoce di interessi aziendali, prescindono dall'evidenza empirica, hanno un pregiudizio favorevole ai mercati ad ogni costo". In un piccolo test significativo si scopre che la maggioranza dei cittadini pensa che i chief executive siano troppo pagati, mentre gli economisti no. A loro i super stipendi dei top manager vanno bene.

Il legame con i fondi per la ricerca economica elargiti dalle multinazionali potrebbe essere una spiegazione di questo accecamento ideologico? Ma dopo aver denunciato gli economisti legati al mondo del business, i due Nobel se la prendono anche coni loro colleghi che lavorano per istituzioni pubbliche, teoricamente "asettiche" e protette da ogni interferenza d'interessi privati.

Ci ricordano, per esempio, che i super-esperti del Fondo monetario internazionale hanno sistematicamente sbagliato le loro previsioni sull'economia globale. Un altro tratto saliente del libro di Banerjee-Dufilo è l'importanza assegnata alla "dignità umana", spesso un bene più prezioso dello stesso reddito.

Questo ci porta all'altro grande tema, dove i due Nobel ci parlano di noi. È la decadenza della democrazia, e il ruolo delle scienze sociali per rimediarvi. I due autori osservano che in America il 61% dei democratici considerano i repubblicani indistintamente razzisti, sessisti e bigotti oscurantisti. La sinistra ha una visione "millenarista" - cioè apocalittica - dell'ascesa dei populismi. I repubblicani contraccambiano con altrettanti pregiudizi.

Il ruolo delle scienze sociali, economia in testa, secondo Banerjee e Duflo deve essere quello di ricostruire le basi concrete e pragmatiche di un dibattito pubblico, civile e rispettoso. Non si ricostruisce una democrazia sana se ci si affronta con astratti proclami di principio, del tipo "sono per gli immigrati perché sono generoso e umanitario", oppure "sono contro perché minacciano l'identità della mia nazione".

L'approccio sperimentale, giustamente premiato dal Nobel, richiede allo studioso serio di consumare la suola delle scarpe: andare sul terreno, studiare caso per caso, distinguere, entrare nel vivo delle cose che interessano o preoccupano o spaventano i cittadini.