di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 2 febbraio 2020
"Ma la riforma è sbagliata". Si conclude con una supplica amara "vi prego chiamate un elettrauto" la prolusione del presidente del Tribunale di Torino, Massimo Terzi, all'inaugurazione dell'anno giudiziario che si celebra questa mattina a Palazzo di giustizia. Un discorso che è destinato a far discutere perché è uno sfottò tagliente alle "ricette" vecchie e nuove proposte come soluzione all'inefficienza della giustizia italiana.
È un "no" esplicito al processo eterno, come rischia di diventare quello che esce dalla riforma della giustizia del ministro grillino, Alfonso Bonafede. Anche a Torino, oltre che in Cassazione, si parla dunque dell'entrata in vigore della legge sulla sospensione della prescrizione all'esito del primo grado e la prospettiva di riforma, più volte annunciata, del codice di procedura penale. Con entrambe, il governo, scrive il presidente del tribunale: "ha violato la base etica della convivenza civile che si fonda sull'assunzione dei doveri prima di rivendicare diritti". Un attacco dritto al cuore delle scelte politiche in tema di prescrizione. Un attacco da chi la giustizia l'amministra tutti i giorni.
"Due facce della stessa medaglia di facilissima valutazione se si assume un atteggiamento laico e scevro della propaganda politica e dal corporativismo di tutte le categorie" dirà Terzi. "Laicamente non ci sarebbe nulla di scandaloso rispetto anche a un'abolizione della prescrizione già a decorrere dal momento dell'esercizio dell'azione penale: in astratto. Ma il diritto non è un'astrazione: in concreto, ad oggi, questo Stato, questa Amministrazione della Giustizia, con questa forzatura, ha violato la base etica della convivenza civile che si fonda sull'assunzione dei doveri prima di rivendicare diritti".
Il fatto, secondo Massimo Terzi è che "da tempo immemorabile, lo Stato non è riuscito a garantire tempi di indagine e di processi degni, prima ancora che ragionevoli". E uno Stato che "si prenda un diritto così incidente sulle persone, essendo inadempiente da trent'anni al corrispondente dovere, incide gravemente su un caposaldo della democrazia che è in primo luogo bilanciamento tra Autorità e Libertà".
Gravità etica, prima ancora che giuridica. Che potrà emendare solo se, prima che la legge inizi a produrre effetti, riuscirà a rispettare il suo dovere. "Spero di essere smentito, ma sono molto, anzi, del tutto, pessimista". E Terzi spiega il perché: sono i numeri a decretare il "coma irreversibile" della giustizia, le pendenze al 40 giugno 2019: 599.583 sul Tribunale monocratico 28.822 sul Tribunale Collegiale di primo grado. "Ciò vuol dire, ipotizzando una spaventosa produttività dei magistrati addetti al dibattimento, di 1 sentenza collegiale a settimana lavorativa e 1 sentenza monocratica a giorno lavorativo, uno stock di processi smaltibili dal primo grado in ben oltre tre anni". Questo significa, cifre alla mano, che i processi in arrivo, seguendo un mero ordine cronologico, andrebbero fissati a 4 anni.
"Abbiamo un'automobile che, secondo il manuale di costruzione di trent'anni fa, per funzionare e partire necessita di una batteria e di un alternatore funzionante. Da trent'anni invece stiamo riuniti lì intorno come ingegneri scienziati attoniti di fronte a un'astronave aliena" dice Terzi. "Se non fosse un sì grave problema la definirei una situazione tra il paradossale e il ridicolo. Cominciamo a chiamare un semplice elettrauto che sistemi la batteria del filtro processuale e l'alternatore dei riti alternativi". Scacciati gli scienziati, ecco la ricetta: "il nostro elettrauto sa che il motore può funzionare, come di fatto si è riusciti a fare nel settore civile, solo se sul Giudice dibattimentale ( e prima ancora sul Pubblico Ministero) arriva un numero di procedimenti congruo". Tradotto in numeri: non più di un quarto massimo, un terzo del carico attuale. "Tutto il resto, scusatemi il termine tecnico, ma è quello che mi sgorga spontaneo dal cuore, è purissima fuffa".










