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di Andrea Gualtieri

La Repubblica, 7 maggio 2022

Da Brusca a Spatuzza a La Barbera: sono tanti i collaboratori di giustizia che chiedono di incontrare don Marcello Cozzi. “Io non li perdono, non li giustifico, ma li ascolto”. Ci sono giorni in cui don Marcello Cozzi scompare.

Prende un treno, arriva in una città: lì, viene prelevato in auto e accompagnato in un’altra località, mentre qualcuno fa un percorso simmetrico partendo da un luogo protetto. È così che don Marcello incontra Caino. A volte capita che la richiesta di colloquio venga dal carcere. Allora il sacerdote affronta la liturgia grigia dei controlli all’ingresso, delle sbarre che si aprono e si richiudono. E quando se lo ritrova davanti è sempre un’esperienza diversa. Anche perché Caino non è mai lo stesso.

Un caffè in carcere - Dal 2004 don Marcello Cozzi è stato contattato da più di cento mafiosi e con almeno cinquanta di loro continua a sentirsi, scriversi e vedersi. La rubrica del suo telefonino è piena di nomi in codice: sigle, iniziali. Sono tutti collaboratori di giustizia, alcuni di loro hanno partecipato alle pagine più oscure e violente della storia italiana. Un giorno riceve una lettera firmata da Giovanni Brusca: inizia un dialogo a distanza nel quale il prete non lascia spazio a giustificazioni per i crimini commessi, ma nemmeno il mafioso in realtà sembra cercarne.

Finché i due decidono di discutere guardandosi negli occhi: “Quando ti prepari all’appuntamento con l’autore della strage di Capaci, l’uomo che ha fatto sciogliere nell’acido il dodicenne Giuseppe Di Matteo” dice don Marcello “ripensi all’immagine dell’arresto: fisico robusto, camicia sgualcita, capelli arruffati e barba incolta. Invece ho trovato un signore dall’aspetto garbato, di mezza età, capelli corti e barbetta appena pronunciata”. Si incontrano in un giorno afoso, attorno ad un tavolo quadrato in una stanzetta del carcere di Rebibbia.

Brusca tira fuori da una busta i tovaglioli di carta, una bottiglia d’acqua, due bicchieri e due thermos: caffè caldo e freddo. Poi parla della sua scelta di collaborare: “Se si vuole vincere la guerra alla mafia bisogna confiscarle le persone. E con me lo Stato ha vinto: io appartenevo ad un altro Stato, quello era il mio mondo e aveva le sue regole”.

A don Marcello racconta dell’umanità con cui l’ha trattato Rita, la sorella di Paolo Borsellino, e dei tradimenti che invece gli hanno riservato i suoi ex sodali. Poi chiede se abbia senso invocare perdono dai familiari delle vittime: “Può sembrare una presa in giro perché non serve a tornare indietro, forse è più giusto il silenzio”, dice il boss.

“Non saprei dire se gli incontri con queste persone siano stati una mia scelta o se la vita mi abbia trascinato su questo percorso”, ragiona don Marcello. Ha deciso di raccontare in un libro (Dio ha le mani sporche, edito da San Paolo) la sua esperienza a contatto con i carnefici. Per anni aveva esplorato l’abisso dal punto di vista opposto: presidente della Fondazione nazionale antiusura, è stato vicepresidente di Libera e l’altra parte della sua rubrica telefonica è piena dei nomi di familiari delle vittime che chiedono giustizia e di testimoni che pagano per aver denunciato soprusi mafiosi.

Diciotto anni fa, in un’intervista, raccontò una di queste storie e chiamò in causa una cosca. Gli arrivò una telefonata da un numero che non conosceva: era la compagna del boss, lo invitava ad un colloquio in carcere. Era la prima volta: “Accettai perché sono un prete, ma anche perché volevo guardare in faccia la mafia”.

E accettò anche quando, pochi mesi dopo, un volontario di Libera gli propose di incontrare i detenuti della quarta sezione di Rebibbia, quella dei collaboratori di giustizia. “Ci radunammo in cerchio sulle sedie, nel corridoio tra le celle. Parlai della parabola del figliol prodigo, accanto a me c’era Gioacchino La Barbera che partecipò all’attento in cui perse la vita il giudice Falcone. Prima di andare via, un camorrista mi chiese di confessarsi e aggiunse, davanti a tutti, che doveva parlare di cose che non aveva detto al magistrato. Gli risposi che in quel caso potevo ascoltarlo ma senza dargli l’assoluzione, perché la riconciliazione con Dio passa da quella con gli uomini. E lui se ne andò”.

Quella giornata a Rebibbia don Marcello la definisce il big bang, perché dal carcere iniziarono a scrivergli, a chiedergli colloqui. “Queste persone prima avevano un ruolo, a volte una loro parola valeva la vita o la morte. Collaborare con la giustizia significa affrontare un salto nel buio: hanno bisogno di parlare di ciò che erano e di ciò che stanno vivendo, ma non possono mostrarsi vulnerabili con altri mafiosi né con i magistrati. E quando escono dal carcere non possono rivelarlo alle persone che incontrano”. Si rendono invisibili per tutti, ma tra loro parlano, e quando vengono trasferiti da una prigione all’altra raccontano di quel prete che non fa sconti ma non brandisce crocifissi né propone facili riconciliazioni”.

Sul foglietto della messa - E così la rubrica di don Marcello accoglie altri nomi. Giuseppe Quadrano, l’ex sicario dei casalesi che il 19 marzo del ‘94 uccise don Peppe Diana, gli telefona durante un permesso premio: “Mi farebbe piacere incontrarla e discutere un po’, glielo voglio dire con chiarezza però: io ho fatto del male ad un suo collega”. E don Marcello risponde: “Certo che vengo, don Diana l’avrebbe fatto”. E l’avrebbe fatto anche don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio beatificato da papa Francesco e proclamato primo martire di mafia. Alle cosche aveva detto: “Venite, parliamone, confrontiamoci”. Gaspare Spatuzza, il suo assassino, ritrovò sul foglietto della messa in carcere una frase di quel prete che aveva ucciso e da lì iniziò un percorso di fede. Don Marcello aveva già iniziato a dialogare con lui.

Chiedere di AQ13 - Il primo incontro era avvenuto nel carcere dell’Aquila, in una sezione speciale dove l’identità del detenuto era secretata: per entrare Don Marcello aveva dovuto chiedere di AQ13. Era l’uomo che aveva parlato delle stragi e della trattativa Stato-mafia, ma lì dentro l’ex picciotto era soprattutto uno spirito tormentato. “Chi si pente davvero vive un inferno, perché prende coscienza del dolore che ha causato” dice.

“Spatuzza vestiva di nero per il lutto, per anni ha rifiutato l’ora d’aria. Ha chiesto silenzio e solitudine per trasformare la sua cella in un eremo. Una volta, a mezzogiorno, ha interrotto il colloquio e mi ha chiesto di recitare insieme l’Ora sesta: non avrei mai immaginato di pregare con il killer di don Puglisi in un carcere come fosse un monastero”.

Più che Caino, Spatuzza si definisce la centesima pecorella della parabola. E in questi giorni, quando la Cassazione dopo 25 anni ha aperto uno spiraglio alla sua liberazione, don Marcello si chiede se le altre 99 pecorelle saranno pronte ad accogliere chi si era perso: “Sui collaboratori di giustizia lo Stato deve fare un investimento culturale: senza dimenticare la sofferenza delle vittime, se si vuole costruire un futuro di civiltà ci si deve chiedere quale futuro dare a queste persone”.