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di Michela Ponzani*

Il Domani, 27 agosto 2026

Una democrazia non muore soltanto quando vengono cancellati i diritti. Muore anche quando i diritti diventano parole così usurate da non significare più nulla. E se il woke in Italia non fosse mai esistito? Correva l’anno 2020 quando le piazze d’America si infiammavano per l’assassinio di George Floyd, l’afroamericano immobilizzato con un ginocchio sul collo e ucciso da Derek Chauvin, poliziotto bianco di Minneapolis, animato da ben poca pietà. Sarà che l’America razzista wasp aveva tremato, ma da allora i suprematisti bianchi protestanti, riponevano nei cassetti i cappucci del Ku Klux Klan, con tutto il corollario di corde per impiccare e fiaccole da incendio.

Rovesciare, distruggere o imbrattare di vernice rossa le statue erette per celebrare i simboli del passato coloniale o in ricordo di schiavisti sudisti, saldava simbolicamente i conti con 200 anni di identità etnica americana, pronta a mandare sulla forca (o alla sedia elettrica) tutti quei migranti di origine non anglosassone, che pure avevano reso grande il Nuovo Mondo. Non solo neri, ma ispanici, slavi, greci e perché no, anche italiani. Pesino Andrew Jackson, presidente americano venerato da Donald Trump, rischiò d’essere buttato giù da Lafayette Square, in una Washington che ancora celebrava la deportazione forzata dei nativi americani dalle loro terre.

Era l’America che provava, con enorme ritardo e non senza autoinganni, a fare i conti con se stessa e la sua origine violenta. Non abbandonare lo “smontaggio”. Serve più cultura woke, non meno Una parola magica Poi è arrivato il woke. E in Italia è diventato una parola magica. Una parola buona per liquidare il femminismo, il linguaggio inclusivo, le battaglie contro il razzismo e i diritti delle minoranze. Una parola abusata dalla destra per raccontare una presunta dittatura del politicamente corretto che, a guardare bene, sembra spesso assai più potente nei talk show che nella vita quotidiana.

Ma il problema è che l’Italia non è l’America. Semplicemente perché noi, di storia, ne abbiamo un’altra, molto più radicale. A dispetto dell’America individualista che ha prodotto straordinarie conquiste di libertà, ma anche una società profondamente diseguale, la nostra Costituzione non si limita a dire che gli individui sono liberi al punto da essere lasciati soli di fronte alla povertà o alla malattia. Non celebra il possesso, il successo dei soldi, la sicurezza a suon di armi di facile acquisto e la possibilità di curarsi solo se hai dollari in tasca.

Dice qualcosa di più ambizioso: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono alla libertà e all’uguaglianza di essere reali e per tutti. È la differenza enorme tra proclamare un diritto e costruire le condizioni perché quel diritto possa essere esercitato. E allora il problema non è che in Italia abbiamo troppo woke o troppi diritti. È, semmai, che abbiamo ancora troppi diritti proclamati e troppo pochi realmente garantiti.

I veri fantasmi - Possiamo discutere per settimane sul linguaggio inclusivo, mentre migliaia di giovani lavorano senza una prospettiva di autonomia. Possiamo scandalizzarci all’infinito per una parola sbagliata e contemporaneamente tollerare disuguaglianze che decidono alla nascita il destino di una persona. Possiamo litigare sulla grammatica dei diritti, mentre una famiglia non riesce a permettersi una casa, mentre un ragazzo nato e cresciuto in Italia (ma dalla pelle diversa) rischia di essere deportato con la remigazione.

Questa è la contraddizione che il dibattito sul woke rischia di nascondere. Il vero fantasma non è il woke: sono i diritti che tornano indietro. E se questo accade non siamo più nel territorio delle parole ma del potere. Abbiamo una Costituzione avanzatissima e una società nella quale nascere in una famiglia povera può ancora significare partire decine di metri indietro rispetto a chi nasce nella famiglia giusta. Abbiamo il diritto alla salute e liste d’attesa che possono trasformare quel diritto in una corsa contro il tempo. Abbiamo il principio di uguaglianza e donne che continuano a pagare un prezzo professionale e sociale per la maternità.

Abbiamo una legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e (con buona pace di Vannacci e dei patriarchi del suo oscurantista Futuro nazionale) servizi territoriali già pieni di associazioni pro-life, che accolgono con occhiatacce e battute volgari, ogni volta che una donna chiede la somministrazione della RU486 in ambulatorio e a domicilio. I diritti non vengono cancellati soltanto quando una legge viene abrogata. Possono essere svuotati lentamente: attraverso ostacoli burocratici, carenze nei servizi, pressioni culturali, restrizioni nell’accesso.

Se woke significa sorvegliare ossessivamente il linguaggio degli altri, trasformando ogni errore in una colpa morale, allora quella cultura può diventare settaria, autoreferenziale, perfino intollerante. Se invece significa accorgersi che il colore della pelle può ancora determinare un diverso trattamento della polizia, che il sesso può ancora decidere una diversa possibilità di carriera, che l’origine familiare può ancora decretare il futuro di un bambino, allora forse dovremmo smettere di vergognarci della parola e tornare a occuparci della cosa. Perché una democrazia non muore soltanto quando vengono cancellati i diritti. Muore anche quando i diritti diventano parole così usurate da non significare più nulla. Il demenziale dibattito sul woke: perché sui diritti Conte è ambiguo

*Docente di Storia contemporanea all’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”