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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 22 maggio 2023

L’operazione, effettuata tra il 23 giugno 2003 e il 18 agosto 2004, puntava a individuare una presunta regia mafiosa dietro le proteste contro il 41 bis, criminalizzate mediaticamente ma da inquadrare nel contesto storico.

Durante il lungo processo Trattativa Stato-mafia è entrato di tutto di più. Elementi sempre utili per suggestionare soprattutto l’opinione pubblica, anche perché non hanno nulla a che fare con il capo d’accusa. Tanto si era parlato, ma si parla tuttora oggi, del cosiddetto “Protocollo Farfalla”. Un’operazione di intelligence condotta dall’allora Sisde guidato da Mario Mori in accordo con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria guidato da Giovanni Tinebra. Come vedremo, fu in realtà un episodio che è l’esatto contrario di una trattativa tra lo Stato e la mafia. Casomai parliamo di una dietrologia di Stato, visto che tale operazione consisteva nello scoprire una presunta regia mafiosa dietro le proteste contro il 41 bis. Un po’ come quando, nel 2020, ci sono state le pesanti rivolte carcerarie e, persone come i magistrati Nino Di Matteo e altri, hanno teorizzato che dietro ci fosse una regima mafiosa per arrivare a trattare con lo Stato.

Per comprendere quante suggestioni abbia creato questa operazione condotta dall’intelligence di Mori, basterebbe riportare le parole di Claudio Fava, quando era vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia: “Dobbiamo capire il perché sia stato creato un documento del genere, perché interessavano particolarmente i detenuti al 41 bis, con quale scopo si sarebbero dovuti incontrare certi personaggi, con quale obiettivo, e se si volesse in quel modo ottenere o proporre qualcosa. Questo diventa un passaggio della trattativa da ricostruire e da svelare, sul piano penale e politico”.

Il paradosso è che il “Protocollo Farfalla”, fu davvero una operazione - a detta di chi scrive -scellerata. Ma che rispecchia esattamente il retropensiero degli odierni accusatori di Mori. E infatti tale operazione effettuata tra il 23 giugno 2003 e il 18 agosto 2004, fu del tutto fallimentare. La denominazione “farfalla” prende ispirazione dall’associazione “Papillon”, creata nel 1996 da un gruppo di detenuti comuni della casa circondariale romana di Rebibbia, con l’obiettivo di promuovere cultura nel carcere e intraprendere battaglie non violente in collaborazione con i movimenti politici sensibili alle tematiche carcerarie.

Ma come mai il nome di questa operazione di intelligence si è ispirata proprio a “Papillon”? Nell’agosto del 2002, al carcere di Novara nella corrispondenza di Andrea Gangitano, uomo d’onore di Mazara del Vallo detenuto in regime di 41 bis, fu ritrovato un volantino di “Papillon Rebibbia Onlus”. Tutta materia ghiotta, in teoria, per il Sisde. Perché? Come già detto, quell’operazione di intelligence nacque a seguito del sospetto che dietro le proteste contro il 41 bis ci fosse una regia mafiosa. Ancora meglio lo spiega la relazione del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) redatta a conclusione di un approfondito lavoro: “Lo scenario storico, le pressioni nelle carceri, l’obiettivo prioritario indicato nella relazione al Parlamento del secondo semestre del 2003, suggerirono l’adozione di azioni informative tese anche a verificare eventuali saldature tra interessi criminali e aree politiche di matrice garantista”. In sintesi, si era trattata di una sorta di “dietrologia di Stato” che intravvedeva addirittura le forze politiche garantiste in combutta con le organizzazioni criminali. In pratica, il “Protocollo Farfalla” sembrava avere la stessa forma mentis di uno di quei servizi che manda in ondaReport dove si allude a complotti del genere.

Per capire meglio, bisogna inquadrare il contesto storico e la criminalizzazione mediatica delle proteste contro il 41 bis. Le norme dell’articolo 41 bis furono inizialmente adottate - a seguito della strage di Via D’Amelio - con un carattere temporaneo per una durata limitata a tre anni (fino al 1995). Il 41 bis fu prorogato per ben tre volte e il 31 dicembre 2002 fu reso ordinario dal governo Berlusconi. Con l’approssimarsi dell’ultima scadenza, si riaccese il dibattito, anche politico, sul carcere duro.

Ricordiamo ad esempio l’inchiesta sul 41 bis dei radicali Maurizio Turco e Sergio D’Elia che documentarono seri problemi di legittimità. Anche i detenuti al 41 bis si fecero parte attiva di questo dibattito e nel marzo 2002 il noto mafioso Pietro Aglieri inviò al procuratore antimafia Pier Luigi Vigna e al procuratore di Palermo Pietro Grasso una lettera sullo speciale regime carcerario; nella missiva si auspicavano “soluzioni intelligenti e concrete” al problema del carcere duro così come fino a quel momento applicato. Nel luglio 2002 Leoluca Bagarella, durante il processo presso la Corte d’assise di Trapani, rilasciò dichiarazioni spontanee nelle quali chiedeva una riconsiderazione, in termini politici, del regime previsto dall’articolo 41 bis.

Nello stesso periodo, in una decina di istituti di pena in cui si applicava il carcere speciale, si verificarono iniziative di protesta e scioperi della fame dei detenuti. Il caso mediaticamente più eclatante fu, però, l’esposizione di due striscioni: il primo, “Uniti contro il 41- bis”, esposto allo stadio di Palermo e il secondo su iniziativa dei tifosi del Bologna in cui si esprimeva solidarietà ai tifosi palermitani per la libertà di parola. I media dell’epoca diedero risonanza a tali manifestazioni e alimentarono il dibattito. Al centro delle polemiche vi erano anche alcuni parlamentari, indicati dai criminali al carcere duro come traditori, poiché, una volta eletti, avrebbero cambiato il proprio pensiero sull’articolo 41 bis. Si ricordano, a tale proposito, le dichiarazioni del pentito Antonino Giuffrè in riferimento ai parlamentari Nino Mormino e Antonino Battaglia. Tali polemiche furono ribadite da una lettera firmata da alcuni detenuti di Novara, tra cui Francesco Madonia e Giuseppe Graviano (oggi ritornato in auge per via delle inchieste della procura di Firenze), i quali rimproveravano avvocati penalisti entrati in Parlamento di aver cambiato posizione: “da avvocati avevano deprecato il 41 bis, da parlamentari invece non avevano combattuto il carcere duro”.

È in questo contesto che si avviò l’operazione di intelligence. Sappiamo che l’operazione “Farfalla” si concluse con un nulla di fatto: non c’era nessuna regia occulta dietro le legittime proteste. Resta però un interrogativo: si dice che tale operazione si sia svolta fuori da ogni tipo di controllo, compreso quello della magistratura. Ciò però cozza con la testimonianza dell’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli. Che cosa ha raccontato? “Venni a conoscenza che all’interno del Dap era stata costituita, a mia totale insaputa, una centrale di ascolto che intercettava i mafiosi. Io ho sempre cercato di fare il ministro occupandomi anche dell’apparato, per cui la cosa non mi piacque assolutamente, perché poteva anche avere altri risvolti, magari a priori assolutamente legittimi. Ma volli vederci chiaro, anche per testimoniare un po’ il fatto che, se fossi stato informato su questioni di questa gravità, sarebbe stato meglio.

Senza avvisare l’allora capo del dipartimento Tinebra del blitz, chiesi di fare il giro della palazzina e entrai in un reparto in cui c’erano non ricordo più se tre, quattro o cinque centrali di ascolto, con persone che indossavano delle cuffie e che ascoltavano non so chi”. Prosegue il senatore Castelli: “Diedi incarico all’allora mio capo di gabinetto di svolgere indagini di natura puramente informale. Lui, dopo qualche tempo, mi disse che effettivamente era tutto regolare e che tutto avveniva sotto l’egida della magistratura”.

Quindi a quanto pare, la magistratura ne venne formata eccome. Nulla di oscuro. La relazione del Copasir ha concluso che tale operazione non poteva che risultare fallimentare, così come poi è stata, con il coinvolgimento di uomini del Dap, del Sisde e probabilmente anche della magistratura che sono stati distolti da attività più utili e produttive per l’Italia e per i cittadini. Si legge nella relazione che l’assenza di riscontri documentali e la gestione poco trasparente dell’attività, ha giustificato ricostruzioni e letture dietrologiche di deviazioni, calibrate su una ipotetica trattativa tra lo Stato e la criminalità organizzata. Questi i fatti. Ma ancora oggi si cita a caso il “Protocollo Farfall”a, ben sapendo che l’opinione pubblica non è a conoscenza dei fatti nudi e crudi. Tutto è utile per preservare il brand “Trattativa”.