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di Silvia Ricciardi, Vincenzo Morgera, Giovanni Salomone*


La Repubblica - Napoli, 21 gennaio 2020

 

Il gruppo di minorenni che irresponsabilmente transita contromano sulla tangenziale, ragazzi individuati e "puniti" con una sanzione amministrativa che si perderà nel tempo; altri ragazzi che si rendono responsabili di una rivolta nell'istituto penitenziario minorile di Nisida; altri ancora che ingaggiano una guerriglia urbana con la polizia nel Borgo di Sant'Antonio Abate, sono tutti segnali di un fenomeno che si sta riproducendo con una frequenza allarmante. Immaginate per un attimo questi stessi fatti, con protagonisti gli stessi ragazzi, quando accadono all'interno di una comunità, dove gli operatori non hanno lo schermo protettivo di una divisa, di una istituzione che li identifica come rappresentanti dello Stato.

Il risultato è la tempesta perfetta. Le comunità e gli operatori, che sono attrezzati ai rischi del "mestiere di educatori", soccombono nel confronto con un "branco di predatori" che si muovono con la pratica della violenza per la conquista del territorio e affermare il loro dominio.

È capitato, capita e capiterà ancora se continuiamo ad allevarli con l'impunità offrendo loro diritti a costo zero. Quello che è peggio, però, è che la mancanza di una risposta adeguata alla gravità dei fatti di cui si rendono protagonisti toglie loro l'opportunità di un ripensamento del loro agire violento e deviante e la possibilità di avviare, con il sostegno dei servizi della giustizia minorile, di cui fanno parte anche le comunità che accolgono questa tipologia di ragazzi, quel normale percorso di rielaborazione e recupero.

L'impunità è figlia di una cultura del "garantismo ad oltranza" che si limita a vedere, in questo parecchio miope, nelle disuguaglianza sia le cause che gli effetti dei comportamenti devianti dei tanti ragazzi in conflitto con la giustizia. Una lettura che può produrre danni incalcolabili perché, portata alle sue estreme conseguenze, e ciò spesso avviene, rischia di diventare una forma latente di razzismo.

Bisogna stare attenti, così continuando si nega al minore "il libero arbitrio", vale a dire la possibilità di scegliere, poiché non gli si prospetta una alternativa e dunque lo si lascia confinato nel mondo dove la scelta possibile è solo una. Far sentire ai minori il peso delle proprie responsabilità comporta che la società si assuma conseguenzialmente le proprie, di responsabilità, e garantisca ai minori la fruizione di diritti e doveri per la costruzione di una vita diversa.

L'approccio basato sul "garantismo ad oltranza" si sta dimostrando pericoloso perché proietta i ragazzi in un delirio di onnipotenza e oltre a rendere loro refrattari ai doveri che ogni cittadino deve avere nei confronti della società, deresponsabilizza tutti (istituzioni, servizi) che scegliendo la mancata sanzione tirano i remi in barca togliendo ai minori la possibilità di pensare, di cambiare e di vedere che esiste un altro futuro. In queste condizioni l'offerta educativa della comunità (ma di qualsiasi altro servizio rivolto ai minori dell'area penale) è destinata a fallire miseramente.

E fallisce perché perde rispetto alla rappresentazione che questi ragazzi hanno della vita, costruita su modelli che inneggiano alla violenza, alla sopraffazione, al potere, valori che rappresentano per loro l'unico percorso sulla strada del diventare "dei veri uomini". Questo stato di cose, e la lettura che si propone, ci induce ad una ulteriore e decisiva considerazione. Questi fatti, e soprattutto le mancate risposte ad essi, generano nella cosiddetta "società civile", nell'opinione pubblica, paura, insicurezza.

E la conseguenza più immediata è che la gente si chiude, si defila, non per egoismo o indifferenza, ma per il timore. E questo è quello che una società democratica non può assolutamente permettersi, figuriamoci una comunità, che di questa società democratica rappresenta un piccolo avamposto.

 

*Gli autori sono i promotori della associazione Jonathan Onlus