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Di Giovanni Verde


Corriere del Mezzogiorno, 3 giugno 2020

 

Nel 2020, anno in cui il Coronavirus ha ucciso la gente comune, è circolato il Palamaravirus che ha infettato la magistratura italiana. I pubblici ministeri di Perugia hanno trascritto tutte le conversazioni del telefonino del dr. Palamara dal 2017 in poi e, senza alcun riguardo per il loro contenuto, hanno fatto in modo che fossero rese pubbliche.

Fossero o non attinenti a fatti anche lontanamente somiglianti a reati e, che so?, ad illeciti disciplinari. Non c'è stato distanziamento né uso di guanti o mascherine. E il virus non ha solo colpito mortalmente alcuni magistrati (parlo della morte figurata di chi vede distrutta la propria immagine e la propria carriera), ma ha infettato l'intera magistratura.

Provo ad immaginare che cosa sarebbe successo se la stessa tecnica fosse stata adoperata sequestrando i cellulari di tutti i componenti di questo e del precedente Csm e trascrivendo e rendendone pubbliche le conversazioni. Ne avremmo visto delle belle.

Non conosco il dr. Sirignano (un magistrato delle nostre parti), che, già appartenente alla Direzione nazionale antimafia, è stato sottoposto alla procedura di trasferimento d'ufficio (che per il magistrato è in qualche modo infamante) ed è sottoposto a procedimento disciplinare. Mi fa molta simpatia perché, nel procedimento per il trasferimento d'ufficio, ha avuto il coraggio di "non difendersi", sostanzialmente affermando che cose non diverse da quelle addebitategli sarebbero venute fuori se si fossero trascritte e rese pubbliche le conversazioni telefoniche degli attuali e dei precedenti consiglieri.

Vivaddio! si è dissociato dal costume dell'ipocrisia istituzionale. Ha scandalizzato. Ed infatti un consigliere inquisitore (di quelli che hanno acquisito fama per essere talebani), citando La Rochefoucould, gli ha ricordato che talora l'ipocrisia è necessaria, perché "è un omaggio che il vizio rende alla virtù". Ebbene, forse perché influenzato dalle letture del Vangelo, a me piacciono gli uomini che menano scandalo, anche se devo constatare che purtroppo sono quelli che pagano. Si vocifera che il Covid sia nato in laboratorio e che sia sfuggito al controllo.

Qualcosa di simile è avvenuto per il Palamaravirus. È colpevolmente sfuggito al controllo dei pubblici ministeri, che intercettando senza freni e facendo in modo che fossero rese pubbliche intercettazioni assolutamente prive di rilevanza penali hanno consentito un'operazione di sciacallaggio che non ha eguali (nella mia scala di valori quei p.m. non sarebbero idonei all'esercizio delle funzioni).

Il Palamaravirus rischia, così, di devastare il nostro sistema di giustizia, offrendo lo spunto ai giustizialisti della casa altrui, tra cui è da includere l'attuale Ministro della giustizia (che, non a caso, recentemente si è autoassolto), di progettare riforme decisamente peggiorative. Leggo che i magistrati recitano il "mea culpa" per avere malamente utilizzato i meccanismi della riforma del 2006. Lasciamo da parte se quella riforma fosse tecnicamente ben formulata.

Oggi, essendo diventati un popolo di approssimativi, non siamo più capaci di scrivere leggi tecnicamente ben formulate. Sta di fatto che essa aveva per presupposto un magistrato che non esiste nella natura delle cose. Il magistrato non è un superuomo, ha i suoi difetti, le sue passioni (anche politiche), le sue ambizioni, è genitore, è coniuge o amante. La riforma del 2006, invece, ha come riferimento un magistrato senza anima, votato alla professione "senza speranze e senza timori", quasi come il sacerdote di una religione a cui dedica tutto sé stesso.

Sento parlare a destra e a manca di "merito" e della necessità che il Csm deliberi soltanto in base al merito. In disparte che il nostro è un Paese che, soprattutto per demerito di politici e di sindacati, ha dimenticato il merito (e oggi il "posto" nelle pubbliche amministrazioni di regola è assicurato con gli espedienti più vari che consentono di coltivare clientele), in disparte che non è chiaro che cosa si intenda per merito quando si parla di un magistrato, sta di fatto che la riforma del 2006 ha posto il definitivo suggello ad una carriera del magistrato nella quale non c'è alcuna attendibile valutazione di merito (quale che sia il significato del termine).

Si avanza automaticamente per classi stipendiali, sulla base di valutazioni di "non demerito" che sarebbe meglio eliminare, perché si risolvono in montagne di inutili carte e in perdite di ore lavorative che potrebbero essere spese altrimenti e con maggiore profitto.

Si parla delle nomine dei capi degli uffici giudiziari come di un problema riguardante i cittadini. Bisognerebbe fare sondaggi per sapere se ai cittadini importi che a presiedere un tribunale o una corte di appello sia Tizio piuttosto che Caio. Sono certo che i cittadini sarebbero straniti per la domanda. La verità è che le uniche nomine che interessano il mondo esterno sono quelle che riguardano i pubblici ministeri.

Ciò in quanto questi ultimi hanno nelle mani un potere discrezionale immenso che possono esercitare senza controlli e senza incorrere in responsabilità. E non è un caso che per essi si richieda il requisito che, come mi è capitato di sottolineare anche per il passato, i politici ritengono indispensabile per tutte le nomine pubbliche: quello dell'adattabilità e dell'affidabilità (che va tradotto nella disponibilità ad essere a servizio, nella migliore delle ipotesi di un'ideologia). Volta e gira, di che cosa si parla? Di Berlusconi e dei suoi processi di ieri; o di Salvini e dei suoi processi di oggi: ossia non della giustizia per i cittadini, ma del rapporto tra politica e giustizia (che è cosa diversa).

I politici, con l'ipocrisia che li contraddistingue, girano intorno a questo problema. Dalli all'untore, dove untore, ossia il falso obiettivo, sono le correnti. Mistificazione. In realtà, si cerca il modo per assicurarsi un controllo politico sulla magistratura, assicurando l'apoliticità dei membri togati del Csm. Si vogliono, con questo scopo non dichiarato, cambiare le regole per la nomina dei membri del Csm. Fatica vana.

A Costituzione invariata. Ammesso che passi l'idea (scriteriata) di una nomina affidata alla sorte, il problema non sarebbe risolto. Non ci sarebbe alcuna garanzia che i procuratori della Repubblica e i loro sostituti (perché di loro si tratta) siano scelti tra i soggetti graditi. E poi, graditi a chi? Rimarrebbe intatto l'enorme potere delle Procure e lo squilibrio istituzionale che ne è derivato. Ricordiamo con terrore e ripugnanza l'Ovra. Siamo messi assai peggio.