di Annalisa Cuzzocrea
La Stampa, 24 dicembre 2022
Emanuele, le coltellate durante una rissa e la rinascita nel carcere minorile. “Ora so perché ho commesso quello sbaglio. E ho capito come rimediare”.
Se scavi oltre i “non so” e i “non ricordo”, il ragazzo di Nisida ha due sogni: andare a Cuba, quando potrà viaggiare. E diventare attore, “magari!”. Perché a Nisida, su quell’isola sospesa che è un carcere minorile ma è come un vascello, la cosa che gli piaceva di più era il corso di teatro.
“Peccato non aver potuto fare lo spettacolo finale”, dice Emanuele, anche se sa che è stato un bene. Dopo sei mesi sull’isola che guarda Capri senza riuscire nemmeno a immaginarla, un giudice ha riconosciuto che era sulla strada giusta. Aveva 16 anni, Emanuele, quando ha fatto quel che definisce “lo sbaglio”. I 17 li ha compiuti in carcere, “e non c’era niente da festeggiare”.
Adesso vive nella comunità Papa Francesco, a Quarto. Una casa per ragazzi difficili voluta e finanziata dalla diocesi di Pozzuoli; animata da don Gennaro Pagano, che di Nisida è stato cappellano; e guidata da Marcello, che prima di farti parlare con lui ti interroga mezz’ora. Perché “i ragazzi che arrivano qui sono dei sopravvissuti, capisci? E io ho il dovere di proteggerli”.
Proteggerne il percorso, quindi. Poi, insegnare loro come continuare a vivere. È quel che fanno in questo lembo di terra flegrea, dove a tutti è concessa una seconda possibilità. Se la vogliono. “A volte mi sfidano”, racconta Marcello.
“Le regole non sono sempre facili da seguire, anche se arrivano da quelle del carcere che sono molto più dure di qui. Questi ragazzi, quand’erano fuori, si svegliavano all’una, alle due mangiavano e la notte uscivano a fare reati. La vita di comunità è tutta un’altra cosa. Così io se alzano la testa gli dico: “Vai, quella è la porta”. E loro non lo fanno, non lo fanno mai”.
È un pezzo del percorso, alzarsi presto, mangiare all’ora giusta, partecipare agli eventi organizzati, interagire con i compagni. Gli altri pezzi sono la formazione, andare a scuola o al lavoro, e il volontariato, per risarcire la comunità che si è contribuito a ferire. I ragazzini condannati che arrivano qui vivono quella che si definisce “messa alla prova”.
Emanuele ha davanti a sé ancora un anno in comunità, ma in primavera, se il giudice vorrà, potrà tornare a casa. Con l’obbligo di firma e di non sbagliare più. Torna già dai suoi ogni fine settimana: la fidanzatina è sempre quella che era con lui la notte dello “sbaglio”, i genitori non l’hanno mai lasciato solo. Ha qualche problema con la giustizia anche il papà, ma ne è quasi uscito. La mamma invece è un’orlatrice: lavora le scarpe, anche se a volte il lavoro non c’è. L’unica cosa che gli ha detto, quando la polizia è arrivata a casa a prenderlo, è stata: “Mi dispiace”. O forse altro, “ma sono passati due anni e so solo che era triste, è normale che era triste”. Emanuele faceva l’alberghiero e lo sta finendo. Ogni mattina esce dalla comunità per andare a scuola, poi torna e fa quello che gli viene chiesto.
“Ma noi le scelte le facciamo insieme ai ragazzi - spiega Marcello - la strada è costruita con loro, per questo è più facile da seguire”. Così il ragazzo di Nisida parla di sé come avesse davanti solo tappe di futuro: il diploma, la formazione in un centro turistico che “se va bene, poi ci assume”. È convinto di essere cambiato, che non sbaglierà più. E il perché te lo dice subito: “Ho capito come mai è successo. E ho capito come rimediare”.
È la “riparazione” che impari in comunità come questa. Sempre che tu sia disposto a dire: ho sbagliato. “Molti lo dicono per finta poi però non vedono l’ora di uscire e di tornare come prima”. E tu come lo sai? “Lo so perché noi ragazzi mica stiamo muti, parliamo”. Eppure le parole si perdono quando si tratta di spiegare cos’è successo. Perché tirare fuori un coltello durante una rissa e ferire tre persone, di cui due gravemente. Persone che non conosci, che passavano lì per caso e hanno detto qualcosa che non ti è piaciuta.
“Il coltello lo avevano anche loro però”. Allora è stata legittima difesa? “Diciamo un eccesso”. Se gli domandi perché Emanuele ti risponde come un dispaccio dei carabinieri: “Futili motivi”. “Motivi stupidi”, traduce poi. Non vuol dire quali, se c’entrino con la sua ragazza e col suo orgoglio di sedicenne.
“Non saprò dire se è Napoli o se sono io” è l’incipit del romanzo Almarina di Valeria Parrella, che a Nisida è ambientato. Torna in mente quando parli con Emanuele perché lui non ha idea del motivo che lo ha portato ad avere un coltello e a essere pronto a usarlo alla prima occasione. Pensa si faccia ovunque. Non che sia dovuto al suo quartiere, agli amici che frequenta, alle cose che ha imparato. Pensa sia Napoli. Anche se poi dice che se i suoi lo avessero saputo, del coltello, “non me lo avrebbero fatto portare”.
Da dove venga il male non lo sa. Ma ricorda ogni data: quelle della rissa, dell’arresto, dell’udienza, del compleanno tradito. Così come quelle che potranno portare nuove svolte. Tra sei mesi, poi a dicembre del 2023. “Ci sono ragazzi che della vita non hanno capito nulla e agiscono in questo modo, a Nisida. Ci sono più ragazzi così che ragazzi che vogliono cambiare. Ma io non ho mai avuto paura perché mi sono sempre fatto volere bene. Sono sempre stato me stesso, non è che fingo di essere una cosa che non sono”.
A quelli che si atteggiano a duri crede poco, “ci parli e sono pezzi di pane”. I bulli e i prepotenti non gli piacciono, “io non ho mai preso in giro nessuno anche se si fa molto. Penso sempre che non sai come si può sentire la persona dall’altra parte”. E quindi a scuola, giura, va tutto bene. “A me piace conoscere nuove cose. Non mi piace essere fermo nel mio mondo. In quel limite. Mi piace sapere, mi è sempre piaciuto”. E quindi la prima cosa che farà, quando sarà libero dalle regole, i controlli, i permessi, la comunità, la firma, sarà un viaggio. Magari a Cuba. Magari con la ragazzina che lo andava a trovare anche a Nisida, ai colloqui, una volta a settimana. Perché Cuba? “Perché mi piace Che Guevara e mi piace quella lotta”.
E della camorra che pensi? “Non penso, non è cosa mia”. Ho chiesto di Nisida, a Emanuele, ma più delle partite a calcio e del tentativo di vederne qualche sprazzo in tv, anche se non c’era Sky e non c’era Premium, non sa che dirmi. Il mare, che la separa a insieme la congiunge a Napoli, non lo nomina mai. Lavorava in cucina, la sua specialità sono i sughi, si teneva impegnato.
“Se non c’erano tutte quelle cose da fare non è che passavano così, sei mesi”, mi spiega. Faccio una domanda stupida: “Com’è stato?”. Lui sorride e dice solo: “È stato”. Che è un verbo al passato, e già questa è una promessa.










