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di Luigi Manconi

La Repubblica, 21 agosto 2022

“Il filmato mostra la folla di manifestanti catturati in una combinazione di riprese classiche e ad infrarossi registrate dalle termocamere di cui sono dotati gli aerei. Sebbene i singoli volti non siano chiaramente visibili nei video, è facile immaginare come, in futuro, si potrebbero utilizzare delle telecamere dotate di una maggiore risoluzione e di tecnologie per il riconoscimento facciale per identificare i manifestanti”.

Queste parole sono tratte da un articolo di Vice International del 2016, un anno dopo le proteste di Baltimora, a seguito della scomparsa di Freddie Gray, venticinquenne afroamericano, morto mentre era sotto custodia della Polizia.

Siamo nel 2020 quando George Floyd è da poco stato ucciso da un agente di Minneapolis e la tecnologia - “il riconoscimento facciale per identificare i manifestanti” - è, come immaginava bene Vice, dotata di una maggiore precisione. La Corte Suprema dello Stato di New York, poche settimane fa, dopo il ricorso presentato da Amnesty International e da Surveillance Technology Oversight Project, ha ordinato al dipartimento di polizia di New York di rendere pubblici i dati sulle tecniche di sorveglianza usate nei confronti dei manifestanti del movimento Black Lives Matter. Matt Mahmoudi, ricercatore di Amnesty su intelligenza artificiale e diritti umani, in una nota evidenzia che “gli abitanti di New York che chiedono giustizia hanno il diritto di conoscere tutti i dettagli sull’uso della tecnologia di sorveglianza facciale da parte della polizia di stato nei confronti dei manifestanti. Questa sentenza riconosce che il dipartimento di polizia di New York ha violato la legge trattenendo informazioni riguardanti modalità di sorveglianza di natura discriminatoria”. Per Mahmoudi “ora occorre un provvedimento rigoroso relativo alla sorveglianza di massa”.

Nella ricerca “Ban the scan”, pubblicata nel febbraio di quest’anno da Amnesty, viene rivelato come gli abitanti che vivono nei quartieri di New York dove avvengono più perquisizioni, sono anche quelli più esposti alla sorveglianza.

I risultati della ricerca, afferma Amnesty, si basano su dati ottenuti da migliaia di volontari del progetto Decode Surveillance NYC, che hanno mappato oltre 25.500 telecamere a circuito chiuso installate a New York. Amnesty, infatti, insieme ad altri organismi, ha comparato questi dati con le statistiche sulle perquisizioni e con informazioni demografiche.

“La sorveglianza di massa” avvenuta dopo i fatti di Minneapolis, ci dice Amnesty, avveniva anche molto tempo prima. Infatti, dal 2016 al 2019, la polizia di New York ha usato quella metodologia in almeno 22.000 occasioni. I dati sulle perquisizioni disponibili dal 2002 indicano che le comunità nere e latine sono state l’obiettivo principale della sorveglianza. C’è poco da aggiungere.