di Paola Italiano
La Stampa, 15 giugno 2020
La denuncia di chi ogni giorno fa i conti con l'intolleranza: "In periferia nessuno reagisce e ti senti più solo". "Il problema non è tanto chi mi insulta apertamente. È chi mi dice: ma come parli bene l'italiano. E io sono italiano". C'è un razzismo strisciante che si annida nelle parole e in piccoli gesti feroci. "La vecchietta che cambia strada quando mi vede. La freddezza dell'impiegata allo sportello che diventa cortese solo quando sente che parlo bene italiano".
Il mondo è sceso in piazza per George Floyd, lo ha fatto anche l'Italia: ma in provincia i flash mob sono arrivati una settimana dopo rispetto alle grandi città. Torino il 6 giugno, Alessandria il 12. Roma il 9 giugno, Vercelli il 14. Il ritardo racconta la fatica di trovare il coraggio di parlare perché la provincia è cattiva, è spietata. Il razzismo è ovunque, ma le grandi città offrono reti di relazioni più ampie, sostegni più solidi.
In città organizzi una manifestazione e sai che ci sono gruppi, associazioni che si mobilitano. In provincia ti senti solo, certo più isolato. E anche il razzismo si manifesta in modo più subdolo, in diffidenze intangibili e ostilità latenti. Quelle di chi odia e non è neppure in grado di rendersene conto, che dice: "Io non sono razzista, però".
Non sei razzista, però: al pronto soccorso dici al ragazzo di colore "voi fingete di essere malati", in coda alle poste gli fai una scenata, pensi di fargli un complimento se gli dici "sei bello per essere nero".
Episodi messi in fila dai ragazzi che hanno trovato il coraggio di raccontarsi e inginocchiarsi per 8 minuti e 46 secondi anche nelle piccole incantevoli piazze della provincia italiana, cartoline di bellezza dove tutto arriva sempre dopo. Anche i diritti.










