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di Antonio Nastasio*

bergamonews.it, 30 luglio 2025

L’errore giudiziario non è una fatalità: è una ferita, e quando il fatto si ripropone, la coscienza democratica non può restare in silenzio, deve parlare, deve rispondere senza tentennamenti fatti del poi e del si vedrà ma imporsi con ora e subito. Nella lunga e inquietante saga del proliferare di “verità pensate”, dedotte più che verificate, la verità giudiziaria è spesso motivo di rappresentazioni non giudiziarie a scapito della verità vera che rischia di perdersi, camuffata da altre verità, a volte nel silenzio dello Stato. Sempre più spesso assistiamo al pericoloso fenomeno per cui fatti di cronaca vengono elevati a verità assolute, senza che vi sia stata una verifica giudiziaria rigorosa. Su queste basi fragili e spesso distorte si rischia di costruire condanne che privano ingiustamente della libertà persone innocenti e questo non fa parte di uno stato di diritto.

Lo scenario distorto e il dover giungere comunque a punizione, unito all’indifferenza verso negligenze evidenti e il lasciar spazio a voci che urlano la loro interpretazione dei fatti, è il grande errore che va ad alimentare quello che si potrebbe chiamare un tradimento istituzionale.

Un tradimento che, nei fatti, si configura come un reato spesso impunito ma lascia imperituro il marchio di mostro all’imputato o al giudicato. Posto all’attenzione della stampa, supportata da una serie di omissis o negligenze a tutti i livelli chiamati in causa ad operare nel contesto, si ritiene, così, sia verità fatta. Purtroppo questo agire crea una ingiusta detenzione e stampa la figura del mostro su cui riversare le collettive verità individuali intese come totali e assolute, pensiero tanto caro al relativismo di Nietzsche.

È un dramma quello dell’ingiusta detenzione che colpisce, ogni anno, centinaia di cittadini innocenti che finiscono, con la privazione della libertà personale, senza colpa solo perché additati dal pubblico convincimento. Questo mette sotto accusa le falle della giustizia italiana dove poi colpa e risarcimento diventano termini da conquistare e non dati automaticamente.

Quello dell’ingiusta detenzione è, a dir poco, un reato di cui si parla poco e non viene commesso nei vicoli suburbani ad alta criminalità.

È un crimine a firma Stato. È la condanna inflitta a un innocente, a chi non ha alcuna responsabilità nel reato ascrittogli. Si tratta dell’errore giudiziario uno dei più gravi e devastanti, perché consumato nel nome della legge e sotto l’emblema della giustizia che, attraverso i suoi organi, commette un’ingiustizia irreparabile, violando il principio fondamentale dell’innocenza presunta, e minando la fiducia nell’ordinamento giuridico.

Anche la terminologia comunemente utilizzata per descrivere questi accadimenti risente di una visione riduttiva e, per certi versi, anacronistica, talvolta ancora legata a una retorica romantica del giudizio. Definire tali accadimenti come “errori giudiziari” appare inadeguato, se non offensivo: un errore presuppone un’inesattezza occasionale, una svista involontaria. Qui, al contrario, ci si trova dinanzi a una distorsione sistemica del fare giudiziario, a una violenza istituzionalizzata, a una lesione profonda del patto costituzionale che garantisce la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo.

Appaiono altresì impropri i termini oggi impiegati per qualificare tali fenomeni, come errore e riparazione, espressioni che non rendono conto della gravità sostanziale e sistemica dell’accaduto. Occorre pertanto introdurre un lessico giuridico più aderente alla realtà della lesione subita, che riconosca il carattere strutturale della violazione e imponga un ripensamento in termini di responsabilità istituzionale e riparazione integrale.

Non si tratta di dare corso a una semplice constatazione di un fatto grave, ma di un grido, non contro l’errore, che può essere umano e, in certi casi, anche comprensibile sul piano giuridico, ma è, al contro l’incapacità o la volontà di non correggerlo. È questo che rende lo Stato colpevole. L’ammissione dell’errore non fa crollare il diritto, ma mette lo Stato di diritto nella condizione di autocorreggersi, perché non è il disordine a generare l’ingiustizia, ma l’abuso di potere mascherato da legalità. Un potere che, pur muovendosi formalmente entro i confini delle regole, ha errato se non accetta di l’autocorreggersi ha fallito nella sua missione più alta: proteggere l’innocente.

È allora che “l’errore” diventa un evento del fare, una toppa concettuale, che si consuma, nei confronti di chi viene detenuto ingiustamente, che ha tutti gli effetti di una violenza istituzionale, che l’umilia, con la perdita di identità, l’esclusione sociale, il motivo per vivere e dare senso all’esistenza. Il sistema reagisce con un “risarcimento,” quando e se arriva, un risarcimento per ingiusta detenzione, questo un concetto debole, un’eredità romantica del diritto ottocentesco, che non coglie la portata reale del danno. Non si tratta di sanare il danno mettendo del denaro: si tratta di dare valore al tempo tolto, alla dignità violata, alla identità stravolta. Non è con un assegno che si può riparare ciò che è stato negato: la vita stessa.

Il concetto di risarcimento, inteso etimologicamente come “ricucire, rimettere insieme”, unito ad un pietistico e fatalistico “può accadere”, risulta inadeguato e improprio. Lo Stato non agisce nella veste di un sovrano magnanimo che “concede” una somma di denaro, bensì come soggetto istituzionale che ha il dovere di riconoscere la propria responsabilità e porvi rimedio, nel rispetto dei principi costituzionali.

È riduttivo, e giuridicamente inaccettabile, ricondurre la privazione della libertà di un innocente a un semplice errore tecnico: si tratta, invece, di una grave lesione del diritto fondamentale alla libertà personale, garantito dall’art. 13 della Costituzione, che assume i contorni di una ferita costituzionale profonda, al limite della responsabilità penale dell’apparato statuale a tutti i livelli.

La tutela dell’innocente, ingiustamente condannato, non può essere relegata a una questione di mera compensazione economica, ma deve essere affrontata come una priorità giuridica oltre che morale tale da imporre verità, responsabilità e giustizia sostanziale.

Il rimborso economico è certamente necessario per far fronte all’immediato, alle esigenze concrete e urgenti che si presentano nel “dopo carcere”. Tuttavia, la logica da porre in essere, deve essere ben diversa nel definire il quantum complessivo del risarcimento.

Certamente non può ridursi a una valutazione aritmetica basata sul reddito ipotetico perso durante la detenzione: la misura del danno deve partire da ciò che la persona avrebbe potuto essere, dalla traiettoria di vita che avrebbe potuto seguire, dalle opportunità personali, professionali e relazionali che sono state negate. È su queste potenzialità, irrimediabilmente compromesse da una detenzione ingiusta, che deve basarsi ogni seria valutazione risarcitoria, perché non si tratta di restituire un qualcosa, ma il riconoscere fino in fondo il diritto violato e la vita interrotta.

Nel nostro ordinamento, il “giudicato” diventa intoccabile, anche quando emergono nuove prove, e la verità smentisce la sentenza. In altri Paesi le sentenze possono essere riaperte, da noi no: l’errore viene blindato, e il sistema nel difendersi a ogni costo abbandona l’innocente. Mettere la parola fine all’iter giudiziario è una necessità, oltre che giuridica, anche umana, per diventare certezza. Ma che certezza è se è ingiusta? Oggi si cerca di dare un nome e una forma a ciò che accade quando lo Stato priva un innocente della libertà: non più solo per ingiusta detenzione, per diventate reato detentivo con responsabilità istituzionale.

Lo Stato non è un’entità astratta, né un corpo distante dalla vita quotidiana dei cittadini. È fatto di leggi, confini, istituzioni, ma soprattutto di persone. E ogni esito che produce è il frutto di decisioni, omissioni, azioni compiute o evitate. A tutto questo corrisponde una responsabilità, che non può essere elusa. Non può esserci neutralità, né una pietosa excusatio di fronte a una violazione così grave. Né può restare senza nome. Questo, almeno. sarebbe il giudizio di un Tacito indignato. Ma all’indignazione si deve unire l’ammonimento di Kant: l’essere umano non può mai essere ridotto a mezzo, ma deve essere sempre considerato un fine. L’errore giudiziario non è una fatalità: è una ferita, e quando il fatto si ripropone, la coscienza democratica non può restare in silenzio, deve parlare, deve rispondere senza tentennamenti fatti del poi e del si vedrà ma imporsi con ora e subito.

*Dirigente superiore Giustizia in quiescenza, Giudice Onorario TS Milano non operativo