di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 9 gennaio 2026
Il voto sulla separazione delle carriere ribadisce lo spirito dei costituenti: le modifiche devono passare dal dialogo fra maggioranza e opposizione. Il prossimo referendum costituzionale che si terrà nella primavera del prossimo anno, il quinto della storia del nostro Paese, riguarderà la riforma della separazione delle carriere dei magistrati. Un referendum inevitabile poiché la riforma non è stata approvata in Senato con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti. Si tratta di un’occasione molto rilevante poiché si potrebbe delineare un nuovo percorso culturale nel sistema della magistratura che, detto in sintesi, renderebbe irreversibile la scelta dei magistrati di esercitare la loro funzione come giudice oppure come pubblico ministero. La istituzione di due Csm, vale a dire gli Organi impropriamente definiti di autogoverno della magistratura, e una Alta corte disciplinare alla quale sarà affidata in via esclusiva la funzione disciplinare. Nonché, infine, la previsione di un sorteggio, cioè l’estrazione a sorte di buona parte dei componenti dei due CSM e dell’Alta corte, con la sola eccezione di quelli scelti dal Capo dello Stato per quanto riguarda quest’ultima, e i componenti di diritto già previsti dalla legge.
Posto che al netto di ogni ipocrisia, la riforma non consentirà di risolvere i problemi atavici che affliggono la giustizia, dalla lentezza alla purtroppo sempre maggiore iniquità della stessa, verosimilmente il profilo di maggiore interesse del referendum è rappresentato dalla occasione che lo stesso ci offre di riflettere su una delle crisi più gravi del nostro tempo, ovvero quella della perdita dell’autonomia del pensiero. Un’espressione che affonda le sue radici nella esortazione Kantiana allo sviluppo del senso critico e spirito di osservazione personale. Ma soprattutto viene data a tutti noi, anche se in particolare alle forze politiche in campo, la possibilità di ripristinare il dialogo e il confronto con il pensiero dell’altro. Una pratica dismessa ormai da troppo tempo a causa del dilagante pregiudizio ideologico che sempre più limita le nostre facoltà intellettuali e ci espone al rischio di cadere nel potere del pensiero altrui. La libertà di pensiero, d’altro canto, è un onere faticoso che implica la non facile rinuncia a comode formule precostituite anche se spesso prive di argomentazioni.
In questo caso si tratta di un referendum approvativo; la riforma potrà essere definitivamente promulgata soltanto se approvata dalla maggioranza dei voti validi, così che la consultazione popolare assolve ad una funzione di garanzia potendo bloccare il procedimento di revisione oppure rafforzarlo. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che il referendum costituzionale ha avuto una scarsa utilizzazione nel passato tant’è che la prima consultazione è avvenuta nell’ottobre del 2001 e verteva sulla conferma o meno della legge costituzionale di modifica del titolo V, parte seconda della Costituzione.
Una consultazione referendaria che come sarebbe opportuno ricordare, ha infranto una regola non scritta dei nostri costituenti secondo la quale le modifiche alla Costituzione si sarebbero sempre dovute realizzare con il concorso o quanto meno il consenso di tutte le forze politiche.
Uno spirito che dovrebbe essere recuperato soprattutto per quanto riguarda le riforme istituzionali, attraverso il dialogo tra la maggioranza e l’opposizione. E ciò anche al fine di elidere il rischio della smania di modifica della Costituzione che ogni maggioranza potrebbe avere al fine di adattarla ai propri programmi politici.









