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di Claudio De Fiores

Il Manifesto, 31 marzo 2026

L’esito del referendum non è stata una vittoria dei partiti d’opposizione, ma nemmeno dei giudici. Non si è trattato di un atto di fedeltà verso i pubblici ministeri. E nemmeno di un voto di soccorso a difesa degli istinti corporativi della magistratura italiana. L’offensiva scatenata dalle destre su questo terreno è stata quanto mai insidiosa. La legge di revisione era stata incardinata, anche cronologicamente, tra due “pacchetti sicurezza” che stanno sfigurando i diritti costituzionali. E all’interno di questa cornice autoritaria, la riforma è stata, correttamente, interpretata, soprattutto dal voto giovanile. Se questo è stato, bisogna allora evitare che l’euforia post-referendaria, abbandonata a se stessa, degeneri in un nuovo populismo giudiziario.

E, soprattutto, bisogna scongiurare il rischio che alcuni giudici si elevino a interpreti supremi della volontà della nazione.

Di qui l’esigenza di ricomporre il fronte dei diritti e superare, la rottura, consumatasi, a ridosso del referendum all’interno del fronte garantista. E non intendo certo riferirmi ai “garantisti tattici” che hanno scomodato finanche Beccaria per mettere in crisi la direzione di un partito o per provare a scardinare un sistema di alleanze politiche. Né ai “garantisti dell’ultim’ora”, gli stessi che in passato hanno scritto norme incostituzionali e particolarmente repressive, poi sfociate nella costruzione dei lager libici. Ma ai tanti “sinceri” garantisti che nel corso degli anni hanno con il loro impegno sfidato la cultura dell’emergenza e la diffusione del diritto penale del nemico.

In questo quadro, limitarsi a difendere le ragioni della vittoria non basta più. L’esito del voto consegna allo schieramento di forze che si è opposto alla riforma e in particolare alla cultura giuridica della sinistra un ulteriore onere: farsi carico, quanto prima, di una moderna riforma della giustizia. Una riforma nel segno della Costituzione che rafforzi le garanzie dell’imputato, estenda le condizioni per il gratuito patrocinio, riveda il sistema di appellabilità delle sentenze, intervenga sugli estenuanti tempi dei processi, riformi con “senso di umanità” l’ordinamento carcerario.

Con la straordinaria vittoria del no al referendum è stato sventato il tentativo delle destre di scardinare l’equilibrio fra i poteri dello Stato. Determinante l’apporto dei più giovani che hanno deciso di farsi scudo della Costituzione per porre un argine alla deriva autoritaria. Dal modo in cui si è svolta la campagna referendaria e, soprattutto, dal suo esito ricaviamo alcune considerazioni. L’offensiva mediatica a sostegno del sì non ha ottenuto i risultati sperati, nonostante sia stata declinata su più livelli.

Non sono serviti i podcast, la comunicazione pop dei giornali di destra, l’insistenza mediatica (su Garlasco) e l’uso strumentale della fiction televisiva su alcuni casi di malagiustizia (Tortora). E non ha ottenuto i suoi effetti nemmeno il tentativo di affidarsi a influencer di rango (confronto Fedez-Meloni). Ancor meno efficace è stata la strategia, sebbene più raffinata, sortita dei “modernizzatori” della “sinistra liberale” che negli studi televisivi e nei giornali, hanno liquidato la difesa della Costituzione come un arcaico “feticismo”, il tratto di un attaccamento fideistico al passato. Apostoli della democrazia decidente che, convinti ancora di vivere negli anni Novanta, si ostinano a ripetere formule del secolo scorso. Il voto referendario segna un punto di rottura con questa cultura e con questa costruzione ideologica di matrice neoliberale.

Per le forze democratiche e di sinistra si apre una nuova fase, una nuova stagione di mobilitazione democratica in grado di rovesciare la costruzione ideologica delle destre, i rapporti di forza presenti, gli attuali assetti parlamentari e di governo. Ma ad una e imprescindibile condizione: comprendere che la recente vittoria referendaria non è stata un successo dei partiti del “campo largo”, ma un atto di resistenza dei cittadini, dei giovani in particolare. L’opposizione deve evitare di scambiarlo per un consenso verso i partiti, alcuni dei quali responsabili in passato di assalti alla Costituzione anche gravi e insidiosi.

Le prime dichiarazioni dei leader non sembrano però promettere nulla di buono. Invece di ripiegare su dinamiche endogamiche, assecondando la liturgia delle primarie e la personalizzazione delle leadership, le forze di opposizione dovrebbero spostare il confronto sul terreno dei contenuti. Ciò che è prioritario è predisporre un’agenda politica, elaborare un programma capace di offrire agli elettori una visione sul presente e sul futuro, sull’Italia e sul mondo.

Ciò di cui vi è bisogno è la costruzione di uno schieramento politico in grado di affrontare le grandi e terribili questioni del nostro tempo: la guerra, la qualità della democrazia, la difesa dei salari, la crisi ambientale, la condizione dello straniero. Solo attraverso una proposta politica chiara e un posizionamento netto delle singole formazioni sulle singole questioni, sarà possibile avviare un iter politico aperto e democratico. Un percorso fatto di idee, principi, passioni nel segno della Costituzione. E, pertanto, capace di coinvolgere nuovi pezzi di società, sottraendoli all’apatia politica e all’astensionismo come il referendum costituzionale è recentemente riuscito a fare.

Per le forze democratiche è giunto il momento di tornare a interpretare e rappresentare il conflitto. Ma per farlo vi è bisogno non solo di una nuova strategia politica, ma anche di una nuova cultura istituzionale capace di rompere gli, oramai asfissianti, ormeggi del passato (la vecchia retorica del maggioritario e dei premi di maggioranza, la subalternità ai poteri tecnocratici, la selezione bloccata e verticistica delle candidature) e, su queste basi, affermare le ragioni dell’eguaglianza del voto.