di Luigi Manconi
La Repubblica, 16 settembre 2024
Secondo un antico aforisma, per andare avanti è necessario fare qualche passo indietro. Tradotto nel linguaggio politico contemporaneo si può dire che il destino dei progressisti dei giorni nostri passi attraverso la capacità di rivisitare il passato: e recuperare diritti e acquisizioni che, nel tempo, non si sa bene come e perché sono stati smarriti. Di conseguenza, per essere alla pari con il progresso, si deve essere un po’ - almeno un po’ - conservatori. È questo che viene in mente quando si ragiona sulla proposta di un nuovo referendum in materia di cittadinanza che, appunto, chiede di tornare alla normativa precedente il 1992: quando per poter diventare italiani servivano 5 anni di legale soggiorno in questo Paese.
Un tempo ragionevole perché una persona che arrivi in Italia ne apprenda la lingua, trovi un alloggio e un impiego, e non rappresenti un pericolo per la sicurezza pubblica. Nel 1992 la legge n. 91 introdusse il termine di 10 anni di residenza per i cittadini stranieri provenienti da paesi esterni all’Unione europea. Penalizzando in modo ingiustificato queste persone e rendendo molto più difficile recepire e gestire i cambiamenti sociali e culturali avvenuti negli ultimi decenni. Si pensi solo al fatto che nei primi anni 90, gli stranieri presenti in Italia erano 3-400.000 mentre oggi quelli regolari superano i 5 milioni.
Così arriviamo all’attuale congiuntura. E alla scommessa coraggiosa di un referendum che deve portare a casa 500mila firme in 24 giorni. E che chiede di rendere concreto il dibattito che in un’estate priva di particolari avvenimenti politici si è svolto tra i sostenitori di ius soli e ius scholae e gli strenui difensori dello ius sanguinis. Un dibattito teorico e fumoso che i promotori del quesito vogliono riportare alla carne viva e al vissuto reale dei nuovi italiani. La proposta è semplice: riportare a 5 anni di residenza ininterrotta il termine per poter avanzare la richiesta di cittadinanza, e per poterla trasmettere ai propri figli minori ed eventualmente al proprio coniuge.
Fermo restando che oltre alla residenza continuativa bisogna che lo straniero dimostri la conoscenza della lingua, che abbia un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, che disponga di un’abitazione e che non abbia carichi pendenti. Secondo l’Istat le persone che già oggi si trovano in questa situazione sono circa 2,5 milioni tra beneficiari diretti e indiretti (figli minori e coniugi). È un numero più alto di quello delle persone che verrebbero interessate da Ius soli (circa 500mila) e ius scholae (circa 135 mila all’anno) e la misura avrebbe un effetto immediato sulle vite di quelli che in Italia, non solo nascono e crescono, ma da anni vi abitano, lavorano e contribuiscono al benessere collettivo.
E proprio i rappresentanti delle associazioni di Italiani senza cittadinanza erano in prima fila martedì scorso a depositare presso la Corte di Cassazione un quesito che permetterebbe loro cose semplici e importanti. Come partecipare agevolmente a percorsi di studio all’estero, rappresentare l’Italia nelle competizioni sportive senza restrizioni, poter votare e partecipare a concorsi pubblici come tutti gli altri cittadini italiani. Diritti oggi negati a quelli che, come dice lo slogan della campagna referendaria, sono figlie e figli d’Italia. Una firma, in questo caso, può aiutare a dare del nostro paese un’immagine meno arcigna e meno ostile.
E’ interesse di tutti. Per chi voglia contribuire a questa battaglia di civiltà è possibile firmare gratuitamente sul sito www.referendumcittadinanza.it. Al comitato promotore hanno aderito finora Italiani senza cittadinanza, CoNNGI, Idem Network, Libera, Gruppo Abele, Società della Ragione, A Buon Diritto, ARCI, ActionAid, Oxfam Italia, Cittadinanza Attiva, Recosol, Dalla Parte giusta della storia, InOltre Alternativa progressista, InMenteltaca, Forum diseguaglianze e diversità. +Europa, Possibile, Partito socialista italiano, Radicali italiani, Rifondazione comunista.











