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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 26 settembre 2024

L’intero centrosinistra ha salutato con gran tripudio il raggiungimento delle 500mila firme necessarie per presentare il quesito referendario sul dimezzamento dei tempi per ottenere la cittadinanza, da 10 e 5 anni. La raccolta delle firme era partita segnando il passo: poi sono scesi in campo un po’ di divi dello spettacolo e dello sport. Ancor più dei testimonial magnetici, probabilmente, ha inciso la possibilità di firmare con massima comodità, con un click invece che prendendosi il disturbo di arrivare a un banchetto: modalità che desta parecchie preoccupazioni a palazzo Chigi ma qua e là anche nell’opposizione, dato il rischio concreto di un’alluvione di referendum. Restano da superare le forche caudine del verdetto sull’ammissibilità costituzionale del quesito e qui secondo gli esperti l’eventualità di una bocciatura è piuttosto alta ma si vedrà in gennaio.

Dal punto di vista non dei princìpi ma della tattica e dell’opportunità politica, però, il gaudio del centrosinistra, è poco spiegabile. In tutto l’occidente il vento in poppa che spinge l’avanzata della destra, e spesso di quella più estrema, è l’immigrazione e le paure, per lo più irrazionali che suscita. Con il referendum sulla cittadinanza l’opposizione presta il fianco alla facile e comoda ma sempre efficace accusa di essere “quelli che vogliono spalancare le porte”. Sarebbe un rischio giusto e uno scotto che varrebbe comunque la pena di pagare se le probabilità di vittoria nelle urne fossero notevoli o comunque se la partita fosse molto aperta. Non è così. Portare alle urne oltre 23 milioni di elettori, quanti ne servono per superare il quorum del 51% degli aventi diritto, è un’impresa quasi impossibile.

Le spiegazioni che offre il fronte referendario lasciano a dir poco perplessi. Riccardo Magi, il leader di + Europa, è comunque soddisfatto perché la raccolta di firme arrivata al traguardo rilancia lo strumento referendario. Se è per questo lo rilancia anche troppo. Sul tavolo della Corte ci saranno a gennaio tre referendum, oltre a questo quello contro il Jobs Act e quello contro l’Autonomia differenziata. Se la Corte li passerà tutti gli elettori si troveranno di fronte a un’ondata di quesiti e proprio l’esperienza del “padre storico” di Magi, Marco Pannella, dovrebbe aver dimostrato che l’inflazione di referendum va a tutto detrimento della partecipazione e dunque del superamento del quorum. I pochi quesiti che ce l’hanno fatta, come quelli sull’acqua e sul nucleare, avevano assunto le caratteristiche di una sfida secca ed è evidente che gli elettori sono molto più motivati quando in campo c’è una sfida unica o almeno largamente prevalente. Il contrario di quel che si verificherà se i referendum saranno tutti accolti dalla Corte.

La segretaria del Pd si rallegra perché i giovani, quando trovano un modo per farsi sentire, evidentemente ci sono, ma nel Pd vanno forte altre due spiegazioni. La prima è che mettere sul tavolo il referendum servirà comunque a spingere le proposte di legge in Parlamento. La realtà però è ben diversa: l’ordalia referendaria, per definizione, spinge a schierarsi da una parte o dall’altra senza permettere alcun gioco politico diplomatico o d’astuzia. Infatti l’”anello debole” del centrodestra, la Fi impegnata in una campagna sui diritti civili e sullo Ius Scholae, si è immediatamente defilata e non poteva essere altrimenti.

Il secondo ragionamento sostiene che sì, certo, l’opinione pubblica è in maggioranza ostile all’immigrazione, ma a quella clandestina non alla cittadinanza di quelli che sono già italiani a tutti gli effetti. A conti fatti, ci sono solo due motivi che consigliano di martellare con i referendum come sta facendo la sinistra. Il primo è l’impossibilità di fare opposizione in altro modo. Il Parlamento è stato spogliato per via bipartisan di ogni potere e di tutte le sue prerogative. Le campagne referendarie offrono una via d’uscita: danno almeno l’impressione di un’opposizione che fa qualcosa oltre che partecipare ai talk show e diffondere dichiarazioni a raffica sulle agenzie di stampa. Il secondo motivo è che la “ginnastica referendaria” servirà forse a poco, ma creerà un clima di mobilitazione i cui dividendi potrebbero essere incassati alle Politiche e ancor di più nel referendum confermativo del premierato. Lì il quorum non è necessario e il particolare non è secondario. È un calcolo dotato di una logica reale ma il rischio per i referendari resta molto alto.