di Alberto Gentili
huffingtonpost.it, 11 agosto 2025
Il sondaggista Antonio Noto: “La partita referendaria è un vero scoglio, su un tema sensibile, e potrebbe avere un importante impatto sul governo”. Si voterà pro o contro il Governo. E il referendum confermativo rischia di avere l’effetto di una bomba. Certo, c’è il Guardasigilli Carlo Nordio che appena può dispensa ottimismo: “Vinceremo sicuramente”. E Meloni non è stata da meno: “Gli italiani sono e saranno con me”. Ma la premier non ne deve essere così sicura, se nei giorni scorsi ha commissionato alcuni sondaggi per conoscere l’orientamento di voto degli italiani e sta aspettando trepidante i risultati. E se ha già detto chiaro e tondo che non si dimetterà, nel caso che al referendum (per il quale non è necessario il quorum) dovesse prevalere il no.
Giorgia è tutt’altro che tranquilla. Anzi, è piuttosto nervosa. La ragione la spiega ad Huffpost il sondaggista Antonio Noto: “La partita referendaria è un vero scoglio, una cosa seria, su un tema sensibile, delicato, e potrebbe avere un importante impatto sul governo”. Anche perché “gli italiani, al contrario dei politici, non nutrono un’avversione nei riguardi dei magistrati e non sono contro di loro. Tutt’altro”. In più, secondo Noto, “come è accaduto alla riforma di Renzi nel 2016, alla fine il voto si politicizzerà. Si voterà pro o contro il governo. E il centrodestra ha la maggioranza in Parlamento grazie alla legge elettorale, ma nel Paese a prevalere e a pesare di più sono le forze d’opposizione nel loro insieme. Dunque…”.
Dunque il referendum confermativo rischia di avere l’effetto di una bomba. Con danni collaterali per il governo superiori a quelli di un’eventuale sconfitta alle elezioni regionali d’autunno. “In questa tornata elettorale”, osserva Noto, “al massimo il centrodestra perderà le Marche. Ma, anche se così fosse, la polemica durerà una settimana e poi Meloni potrà proseguire tranquilla. Se invece la premier dovesse uscire sconfitta dal referendum su una riforma politicamente sensibile come quella della giustizia, l’impatto potrebbe essere ben più serio…”.
È questa la ragione che ha spinto Meloni a portarsi avanti con il lavoro e ad avviare, di soppiatto, la campagna referendaria. La prova? Quando, nei giorni scorsi, i giudici che indagano sul rilascio del generale e criminale libico Almasri hanno chiesto l’autorizzazione a procedere contro Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, la premier non si è limitata a stigmatizzare la decisione dei magistrati. Ha parlato di “disegno politico”. Ha chiamato, astutamente, in causa i giudici sul tema (popolare) dello stop ai migranti: “E’ come se in qualche maniera si volesse frenare la nostra opera di contrasto all’immigrazione illegale”. E ha lanciato il sospetto che l’azione dei magistrati sia una ritorsione per la separazione delle carriere: “Ovviamente a me non sfugge che la riforma della giustizia procede e passi spediti e ho messo in conto eventuali conseguenze”. Concetti rilanciati, con commuovente spirito di squadra, dagli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Adesso, per capire se la campagna contro i giudici solletica gli elettori, Meloni attende i sondaggi. L’ultima rilevazione, quella di Youtrend del primo agosto, ha fotografato una sostanziale parità: 51% per il sì e il 49% degli italiani per il no. Ma questo scarto non basta a tranquillizzare la premier perché, come osserva Noto, “Renzi nel 2016 aveva tutti i sondaggi a favore. Però, mese dopo mese, il voto si politicizzò e alla fine ne uscì sconfitto. E si dimise”.
Non sarà questo, vista anche l’assenza di un’alternativa di governo, l’eventuale epilogo per Meloni. Ma, di certo, una sconfitta referendaria avrebbe sul centrodestra l’effetto di uno tsunami. Tant’è che a via della Scrofa, quartier generale dei Fratelli d’Italia, c’è addirittura chi non esclude una frenata sulla riforma della giustizia.
Finora la maggioranza ha previsto il via libera, a tappe forzate, entro l’anno. La strada non è poi così lunga: manca il secondo e ultimo sì del Senato e della Camera. Ma, se diventasse concreto il rischio di una batosta al referendum, la separazione delle carriere dei magistrati potrebbe diventare improvvisamente meno urgente. Un po’ ciò che è accaduto al premierato, quello finito nel cassetto. “Il rinvio però è solo di ipotesi remota, del terzo tipo”, si affretta a precisare un colonnello meloniano. Anche perché a questo punto, con il feroce scontro con i magistrati in atto, la frenata avrebbe per la premier il sapore della resa. E la clamorosa rinuncia alla sbandierata, ma finora disattesa, aspirazione riformista.
Perciò per Meloni tanto vale rischiare, cavalcando una riforma apprezzata pure da diversi moderati fuori dal perimetro del centrodestra. E soprattutto, si diceva, Giorgia non ha alcuna intenzione di mollare palazzo Chigi. “E visto che né Salvini, né Tajani vogliono andare a elezioni”, conclude Noto, “in caso di sconfitta si blinderebbero tutti assieme al governo. Se invece alle urne prevalesse il sì, la maggioranza riprenderebbe forza e slancio in vista delle elezioni della primavera del 2027”.











