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di Mario Lavia

linkiesta.it, 23 luglio 2025

Battaglia in Parlamento, con toni concitati ed estremi. La destra ha votato compatta la legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, Azione anche, Italia Viva si è astenuta. Il Pd, oggi durissimo, qualche anno fa era a favore. Chi inneggiava a Silvio Berlusconi, chi a Giovanni Falcone, chi mostrava la Costituzione (quella più bella del mondo) capovolta: in un’accesa seduta il Senato ha approvato a sua volta - lo aveva già fatto la Camera - la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. Adesso occorreranno altre due letture abbastanza scontate, e infine ci sarà il referendum confermativo, senza quorum, nella prossima primavera.

Toni duri, durissimi, a favore - il centrodestra - e contro - il centrosinistra, tranne Italia viva che si è astenuta perché contraria al meccanismo del sorteggio per l’elezione dei due Consigli superiori della magistratura a questo punto distinti. Azione invece ha votato a favore. Si è capito da tempo, e ieri si è confermato, che la questione spaccherà il Paese, chiamato alla fine a decidere se la separazione delle carriere sia un elemento decisivo per la famosa terzietà dei giudici e quindi una garanzia per i cittadini, oppure un progetto per assoggettare i giudici al potere politico di governo. Elegantemente, il grillino Roberto Scarpinato ha ricordato come padre putativo della legge Licio Gelli, mentre il democratico Francesco Boccia si è limitato a citare l’Ungheria di Viktor Orbàn.

Il giorno e la notte, dunque: una riforma liberale per la maggioranza, una legge di regime per la sinistra. Politicamente, non si può negare che il governo Meloni abbia raggiunto un obiettivo, avendo fatto fare alla riforma metà percorso (molto difficile immaginare che abbia difficoltà nella seconda metà, visto che il testo non è più emendabile), peraltro allargandosi un pochettino grazie al sì di Azione e all’astensione dei renziani, gruppi da sempre favorevoli a una netta distinzione delle carriere dei pm da una parte e dei giudici dall’altra.

Storicamente è vero che si tratta di un antico cavallo di battaglia di Berlusconi, che pure non riuscì mai a portare a casa il provvedimento in questione; ma è parimenti vero che anche la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema prevedeva la medesima separazione delle carriere, che poi non vide la luce perché la Commissione si arenò.

Addirittura, come ha notato da ultimo Il Foglio, la mozione Martina, all’epoca segretario del Pd, al congresso del 2019 che propose la separazione delle carriere, fu sottoscritta da molti membri del Pd che oggi sono ancora in Parlamento, tra cui l’attuale responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani.

Se cambia il contesto può anche mutare il giudizio su una legge? È discutibile, ma certo il partito di Elly Schlein è stato molto duro, dal che si evince - lo ha scritto ieri Repubblica, ben informata degli umori del gruppo schleiniano - che il Nazareno interpreterà la battaglia referendaria come un giudizio di Dio sul governo, come un’occasione per una spallata a Giorgia Meloni, o come minimo come lo strumento per azzoppare seriamente la premier prima delle elezioni politiche.

Il Pd valuta, non a torto, che in passato gli italiani hanno sempre bocciato ogni riforma della Costituzione, dimostrando, per ragioni varie, un conservatorismo costituzionale sempre fomentato e utilizzato come strumento di difesa da tentativi di riforma ritenuti più o meno eversivi: persino l’allora segretario del Pd Matteo Renzi cadde in queste sabbie mobili.

Tutto questo incarna una situazione paradossale: che il governo di destra farà la parte dell’innovazione e la sinistra quella della conservazione. Può darsi che alla sinistra lo spauracchio del regime funzioni. Oppure che il popolo, che in generale non ha una grande opinione della giustizia, voti a favore della riforma: sarebbe il trionfo di Giorgia Meloni. Una partita molto rischiosa e anzi potenzialmente suicida per il Pd, se davvero intende giocarla così.