di Vittorio Minervini*
Il Dubbio, 18 novembre 2025
In politica le rotture non avvengono all’improvviso. Si preparano nel tempo, spesso in modo silenzioso. La posizione assunta oggi dalla sinistra italiana in materia di giustizia rientra in questo schema. È l’esito di un inesorabile distacco dei progressisti dalla loro stessa tradizione riformista, da quel cammino che negli anni Settanta e Ottanta era iniziato e si era quasi compiuto: il percorso di adeguamento del processo penale italiano agli standard europei. Quella stagione aveva, tra i tanti progetti di evoluzione sociale del Paese, un obiettivo preciso: uscire definitivamente dall’impianto della normazione fascista, per costruire un processo accusatorio fondato sulla terzietà del giudice e sulla separazione delle funzioni.
Giuliano Vassalli, che di quella riforma fu l’artefice, ricordava che “il processo è la barriera che la civiltà oppone all’arbitrio”. Era una linea culturale chiara, condivisa in larga parte della Sinistra riformista.
La forza delle idee si incrina nella scorsa legislatura, con la mancata conclusione della riforma dell’ordinamento penitenziario elaborata dalla commissione del ministro Orlando. Il lavoro era completo, la maggioranza parlamentare presente. Venne meno la decisione politica: il carcere non porta voti e le elezioni erano vicine. Le conseguenze sono oggi drammaticamente evidenti: sovraffollamento, condizioni inadeguate degli istituti, incapacità strutturale di rispettare i principi costituzionali sul trattamento dei detenuti. Una rinuncia che rappresentò l’allontanamento dalla tradizione umanitaria che la Sinistra ha sempre rivendicato argomenti che, in bocca dei giuristi, fanno un po’ sorridere perché sono di una illogicità disarmante. Prima sostengono che i pm finiranno sotto l’Esecutivo - previsione assente nella riforma - e quindi saranno debolissimi. Allo stesso tempo ci dicono che diventeranno troppo forti, troppo autonomi perché avranno un loro CSM e quindi faranno quello che gli pare. Un po’ contraddittorio non pensa? Il tutto - e questo è il terzo punto - mentre proclamano che la separazione è inutile perché di fatto già c’è dopo la riforma Cartabia e la faccenda riguarderebbe una ventina di magistrati l’anno. Il che decapita in una volta sola altri due pericoli che invocano. In primo luogo, se già c’è, non dovrebbe essere così pericolosa come viene dipinta.
Ma poi, se davvero i passaggi di carriera tra pm e giudici sono una manciata ogni anno, cade la favola della comune “cultura della giurisdizione” che impedirebbe oggi ai pm di diventare superpoliziotti. Se già oggi uno che inizia a fare il pm continuerà a farlo per tutta la sua vita professionale dove se la formerà la cultura comune con il giudice? Nei consigli giudiziari? Nelle riunioni di corrente? Penso che se un imputato dicesse in fila queste tre cose immediatamente il processo si bloccherebbe perché si riterrebbe necessario valutare la capacità di stare in giudizio di uno che utilizza la logica in una maniera così incredibile.
L’altra obiezione è che siamo sempre di più in una deriva autoritaria della maggioranza di Governo. Il concetto dell’unitarietà della magistratura è un concetto che venne presentato a sua eccellenza Mussolini dall’allora ministro Grandi, che glielo illustrò proprio come segno distintivo di un ordinamento conforme allo spirito dello stato autoritario.
È una vera truffa quella di chi tenta di scambiare la separazione tra giudice e pm - peraltro presente nella stragrande maggioranza dei Paesi Il paradosso diventa più evidente sul tema della separazione delle carriere. La riforma appena licenziata in via definitiva dal Parlamento e oggi al centro del dibattito non nasce in contrapposizione alla cultura progressista, ma ne rappresenta la continuità. In un processo di autentica contrapposizione tra accusa e difesa, nella parità dei ruoli tra la pretesa punitiva dello Stato e la tutela del diritto alla difesa “un giudice terzo non può appartenere allo stesso ordine del pubblico ministero”. Una posizione che nel panorama europeo appare quasi ovvia, ma che in Italia sta producendo fratture politiche profonde, non per la diversità di vedute sull’architettura ordinamentale ma per la volontà di far prevalere la mera contrapposizione partitica.
La risposta che una parte della Sinistra offre oggi è principalmente reattiva: definisce la propria posizione non sulla base della coerenza con il proprio percorso storico, ma come contrappunto all’attuale governo. Ne consegue un atteggiamento di difesa dell’esistente, anche quando l’esistente è un assetto ordinamentale risalente agli anni più bui della nostra storia del secolo breve, criticato per decenni dalle forze progressiste. Zagrebelsky ricordava che “le garanzie non appartengono a una parte politica”.
È una verità semplice, ma oggi oscurata da una dinamica politica fortemente polarizzata. Il risultato è una contraddizione che riguarda più l’identità - o l’incapacità di ricordare quale sia - che il merito delle riforme. La Sinistra, nel timore di conferire un vantaggio politico all’avversario, finisce per contrastare la definitiva conclusione di un progetto che essa stessa aveva avviato. Così facendo, rinuncia a un tratto essenziale del proprio patrimonio culturale: l’idea di essere forza riformatrice, divenendo invece attore di mera reazione.
Il referendum sulla separazione delle carriere, in questo contesto, assume il ruolo di un test. Non per misurare la capacità della Destra di imporre un’agenda, ma per valutare quanto la Sinistra sia ancora in grado di riconoscere e completare la propria. È una questione di coerenza politica prima ancora che di tecnica giuridica. È una prova della solidità o fragilità di un’identità che appare oggi incerta. Ma qualche voce critica ora si è levata: come cantava Leonard Cohen, “There is a crack/ that’s how the light gets in.” C’è una crepa, è così che entra la luce.
*Consigliere Cnf










