di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 18 febbraio 2025
Il libro di Cristina Badon “Classi pericolose in attesa di giudizio. Le matricole di Regina Coeli e la repressione penale e sociale in Italia a fine Ottocento” (Il Formichiere). Ci sono almeno tre ragioni per le quali è consigliabile immergersi nella lettura del libro di Cristina Badon “Classi pericolose” in attesa di giudizio. Le matricole di Regina Coeli e la repressione penale e sociale in Italia a fine Ottocento (Il Formichiere, pp. 270, euro 20): ci consente di andare alle origini della pena carceraria e riflettere intorno alla sua effettiva funzione; fotografa con accuratezza, rigore e intensità narrativa i destinatari delle fobie repressive delle democrazie liberali negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo; ci aiuta a comprendere il presente della pena in Italia, a cinquant’anni dalla entrata in vigore dell’Ordinamento penitenziario. Il libro, introdotto da Mary Gibson, si inserisce con merito all’interno di un selezionato e, purtroppo non ampio, numero di opere storiche sulla pena e sul carcere, tra le quali meritano menzione, oltre ai volumi della stessa Mary Gibson, anche gli scritti di Guido Neppi Modona e Christian De Vito. L’approccio storico ha la forza argomentativa del ricorso alle fonti e nel libro di Cristina Badon queste ultime non mancano.
Dunque, in primo luogo il libro di Badon torna indietro alle origini del carcere come pena negli Stati Uniti di inizio ‘800. Vengono descritti i tre modelli di Filadelfia, Auburn e Sing Sing. A tal fine vale sempre la pena rileggersi le bellissime pagine di Alexis de Tocqueville ne La Democrazia in America per comprendere come sin dalle origini della pena carceraria esistesse il mito “correzionalista”. Isolare per redimere, punire per correggere. Era questo il mandato del carcere, sin dalle sue radici moderne. E con questo mandato si forma il sistema penitenziario post-unitario italiano. Badon non si limita a ricostruire la storia fatta di norme, codici, regolamenti, esperti e ministri dell’Italia carceraria ottocentesca ma, affidandosi ai numeri, sempre esposti in modo chiaro e intellegibile da non esperti, ci racconta come, a pochi anni dalla Unità d’Italia, c’erano già oltre 75 mila detenuti nelle sovraffollate carceri del Regno. La composizione sociale e criminale è utile a capire chi erano i destinatari delle fobie repressive di allora: analfabeti, poveri, mendicanti e anarchici.
In particolare, l’autrice si sofferma su tante storie di anarchici passati per il carcere romano. Giovani e meno giovani, definiti oziosi e pericolosi. Cent’anni prima Cesare Beccaria, nella sua straordinaria e riuscita opera Dei delitti e delle pene, se la prendeva non con i vagabondi ma con gli oziosi ricchi che non contribuivano al benessere sociale della loro nazione. I liberali al potere, cent’anni dopo, invece, incuranti degli insegnamenti del filosofo milanese, individuano nell’anarchico, meglio se povero e non istruito, la figura del nemico di classe da perseguire e incarcerare. Classi pericolose, oltre a essere il titolo del libro, è anche il titolo del regolamento di Polizia che fotografava i nemici dello Stato da sbattere in prigione. Anarchici che, come Gaetano Bresci (racconto di Sandro Pertini), “furono suicidati” nel carcere di Ventotene. Infine, il libro consente di aprire una finestra sul presente, segnato da un ritorno a una idea di società dove poveri e dissenzienti vanno esclusi e neutralizzati all’interno di un carcere chiuso, nel quale, con il recente disegno di legge sicurezza in discussione al Senato, disobbedire in forma nonviolenta agli ordini di Polizia costituisce un reato punibile fino a otto anni di prigione. I detenuti di oggi devono farsi la galera in silenzio come nel carcere romano di Regina Coeli di fine ‘800 di cui ci parla Badon.











