di Fabrizio Miracolo
facebook.com/fabrizio.miracolo, 9 gennaio 2025
Questa mattina, percorrendo tanti chilometri per incontrare un detenuto ormai anziano, ho avuto modo di riflettere sulla drammatica situazione delle carceri italiane. Quel colloquio, con una persona che quasi si considera un “figlio del governo”, mi ha mostrato con chiarezza quanto sia pesante il fardello del sovraffollamento. La sua voglia di dialogo, il bisogno di raccontarsi, mi hanno fatto toccare con mano la difficoltà di chi, pur consapevole dell’errore commesso, desidera reintegrarsi nella società. Ma come può farlo in un sistema che non lascia spazio alla speranza? Dove il sovraffollamento annulla ogni possibilità di percorsi rieducativi, di formazione, di apprendimento di un mestiere?
Quelle belle parole che anche noi abbiamo studiato, che parlano di reinserimento sociale e di recupero, sembrano svanire di fronte a una realtà che soffoca ogni tentativo di dignità. Il rientro, devo ammetterlo, è stato tristissimo. Non solo per ciò che ho visto, ma per ciò che non ho visto: una prospettiva, una via d’uscita, una possibilità per chi, come quell’uomo, vorrebbe riprendersi una vita diversa. Questo non è solo un problema di carceri, ma un fallimento collettivo.
Un sistema che non riesce a guardare oltre la punizione e che non si interroga sulle condizioni di vita dei detenuti, perde di vista la sua funzione educativa e umana. E così, chi potrebbe essere restituito alla società con nuove prospettive, viene lasciato in balia di un circolo vizioso, senza strumenti per ricominciare.










