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di Giovanni Maria Jacobazzi

Il Dubbio, 26 agosto 2022

Quale potrebbe essere il “profilo giusto” per il prossimo vicepresidente del Csm? Il rinnovo dell’organo di autogoverno era inizialmente previsto per la fine del prossimo mese. Il Capo dello Stato aveva già convocato, prima dell’estate, le Camere in seduta comune per eleggere i dieci componenti laici, fra cui deve poi essere scelto il vertice di Palazzo dei Marerscialli.

L’improvvisa caduta del governo Draghi e il conseguente ricorso alle elezioni anticipate hanno invece determinato uno stop alla tabella di marcia del Quirinale con l’inevitabile proroga dell’attuale consiliatura. Considerando i tempi necessari per l’insediamento delle nuove Camere e del nuovo governo, e le urgenze da affrontare, come l’approvazione della legge di Bilancio, è molto probabile che le votazioni dei 10 componenti laici slitteranno all’inizio del 2023.

Votazioni che si preannunciano complesse: ci sarebbe un ‘overbooking’ di aspiranti, con i partiti tentati di utilizzare l’incarico di consigliere laico a Palazzo dei Marescialli per “risarcire” chi non è riuscito a entrare in Parlamento a causa della diminuzione dei posti. Difficile, insomma, che si possa ripetere lo scenario attuale, con quasi tutti i laici formalmente distanti dalla politica, tranne l’ex responsabile Giustizia del Pd e attuale vicepresidente del Csm David Ermini.

Una voce contraria a questa ipotesi, alquanto probabile, è quella dell’avvocato romano Pieremilio Sammarco, ordinario di Diritto comparato presso l’Università di Bergamo e autore di studi monografici sulla giustizia, secondo il quale i futuri componenti laici, ad iniziare proprio dal vicepresidente, non dovranno essere esponenti politici.

Sammarco nel proprio ragionamento ricorda che il ruolo del vice presidente è “rilevante e delicato”, in quanto “fa le veci del presidente della Repubblica, rappresenta all’esterno l’istituzione, fa da raccordo con le associazioni dei magistrati, con il Parlamento, con il governo nei rapporti istituzionali e nelle consultazioni sulle riforme in materia di giustizia”.

Il ‘Palamaragate’, ricorda Sammarco, “ha fatto emergere la contiguità tra magistratura e politica, suscitando aspre critiche e compromettendo la fiducia dei cittadini nel sistema della giustizia”. “Ciò che è venuto alla luce del sole - prosegue l’avvocato - ha profili di estrema gravità, e la scelta di nominare una figura autorevole slegata dai partiti è il primo passo di un cammino virtuoso per recuperare la fiducia, anche se ci vorrà tempo”.

Negli ultimi venti anni il ruolo di vice presidente del Csm è stato sempre ricoperto da esponenti politici: Virginio Rognoni nel 2002, Nicola Mancino nel 2006, Michele Vietti nel 2010, Giovanni Legnini nel 2014, David Ermini nel 2018. Secondo Sammarco ‘ è un dato che deve far riflettere: premesso che non sta a me dire se abbiano operato secondo le indicazioni che ricevevano dal loro partito, il fatto che il vicepresidente sia sempre stato un politico ha sicuramente contribuito ad alimentare il sospetto di una magistratura contigua al potere politico”.

Una soluzione, dunque, sarebbe quella di ricorrere a figure di autorevoli giuristi, avvocati e professori universitari slegati da vincoli di partito, selezionati per il loro prestigio all’interno dell’accademia, dotati di grande cultura giuridica. “Penso a Giovanni Conso, Piero Alberto Capotosti, Cesare Mirabelli, i quali dopo aver guidato il Csm sono approdati anche al vertice della Corte costituzionale: bisogna puntare su figure che rappresentano l’eccellenza del nostro sapere giuridico”, puntualizza Sammarco.

Alla obiezione che “erano altri tempi”, Sammarco ha la risposta pronta: “Certo, ma erano sicuramente tempi migliori, in cui quella che viene ora definita la degenerazione del sistema della giustizia non era nemmeno ipotizzata dai critici di allora. La nostra dottrina giuridica, la nostra avvocatura - conclude Sammarco - sono vive ed apprezzate: ci sono figure di grande autorevolezza riconosciute anche all’estero, e anche giovani leve con spiccata sensibilità giuridica e forte senso delle istituzioni. Tale scelta aiuterebbe sicuramente anche i magistrati, le loro associazioni, e restituirebbe credibilità all’intero sistema della giustizia e alla loro categoria”.

L’emergenza femminicidi sparisce dalla campagna elettorale

di Giovanna Casadio e Liana Milella

La Repubblica, 26 agosto 2022

Dal Pd alla Lega fino ad Italia Viva: tutti riconoscono essere un problema da affrontare ma nei discorsi politici e nelle priorità dei partiti non c’è traccia.

I femminicidi nel nostro paese sono diventati un’emergenza ma in campagna elettorale se ne sente parlare pochissimo. Eppure moltissime donne continuano ad essere uccise da ex e da uomini che non accettano il rifiuto. L’ultimo caso a Bologna, vittima la povera Alessandra Matteuzzi. Abbiamo chiesto a tre donne della politica - Valeria Valente (Pd), Lucia Annibali (Italia viva) e Giulia Bongiorno (Lega) - la loro visione del fenomeno e cosa è possibile fare se elette.

Valente: “Più impegno contro questi reati”

Valeria Valente, i femminicidi sono un’emergenza ma non un tema politico?

“L’emergenza è quando accade qualcosa che non puoi prevedere. Invece, femminicidi e aggressioni alle donne ci accompagnano da decenni”.

Ancora più grave quindi che non trovino spazio nella campagna elettorale tra i problemi in discussione?

“La tendenza è ad affrontare le violenze sulle donne come fatti di cronaca. Ma sono un fatto pubblico, non privato, e come tale politico. Devo difendere il mio partito, il Pd, che ha costruito proposte precise e le ha messe nel programma, anche facendo tesoro dei progetti elaborati dalla Commissione parlamentare sui femminicidi che presiedo”.

Quali progetti?

“Chiediamo che si approvi la legge sulla violenza sessuale che prevede si parli di violenza ogni volta che un atto sessuale avviene senza consenso. E l’istituzione del reato di molestie sessuali nei rapporti di lavoro o di studio. Inoltre, puntiamo al rafforzamento delle misure cautelari con relativo braccialetto elettronico”.

Le misure ci sono, ma sono inapplicate come nel caso di Bologna, al punto che la ministra Cartabia manda gli ispettori?

“Le leggi ci sono, il tema è la formazione e specializzazione degli operatori, che devono fare sempre attenzione al rischio che la donna corre. E poi vanno abbattuti stereotipi e pregiudizi che tendono a non dare credito alle denunce delle donne”.

Poi però circola il video dello stupro di Piacenza, rilanciato da Giorgia Meloni...

“È stato un errore grave, anche perché si è strumentalmente abbinato violenza alle donne e immigrazione. Per farne un uso strumentale, non si è messa al centro la dignità della donna, come invece è giusto e necessario”.

Annibali: “Anche io ignorata dalla politica per la violenza subita”

Lucia Annibali, lei è avvocata e parlamentare renziana: di femminicidi e violenze alle donne non si parla in campagna elettorale?

“È vero, è come se il tema della violenza sulle donne non sia un argomento di politica nazionale. Poi, quando si insedia il Parlamento, si riprende a discuterne. È una difficoltà che io sento molto. Se sono stata candidata già nella passata legislatura da Renzi, è anche per testimoniare questa battaglia. E talvolta mi sento fuori contesto perché la politica nazionale non se ne occupa e neppure la locale”.

Lei è una donna politica-simbolo, sfregiata con l’acido dal suo ex compagno. Da quell’incubo a oggi è cambiato qualcosa nella società italiana?

“Rispetto al 2013 e a quello che mi è accaduto, se ne è parlato sempre di più, la normativa si è aggiornata, se ne dibatte nelle scuole e questo è estremamente importante affinché le ragazze più giovani sappiano”.

Cosa manca per essere efficaci in questa battaglia?

“Manca sempre l’immediatezza nel prendersi carico delle denunce e della donna che lancia l’allarme. Invece bisogna sapere vedere il potenziale pericolo, guai a essere semplicistici, se no si rimane un passo indietro e si arriva troppo tardi. A Bologna una donna in più è stata uccisa, evidentemente doveva essere ascoltata”.

Poi però c’è il video dello stupro di Piacenza che piomba nella campagna elettorale?

“Il video era in Rete e la leader di Fdi, Giorgia Meloni, l’ha rilanciato. Mi sono venuti i brividi. Bisogna essere seri sempre sulla violenza alle donne, che non c’entra con l’immigrazione. Reclamiamo la competenza su tante questioni, anche su questa ci vorrebbe”.

Bongiorno: “Per il codice rosso ci vuole il carcere”

“Le donne rimangono abbandonate a loro stesse. La mancata applicazione del Codice rosso è un fatto grave, al quale il centrodestra porrà rimedio”. Questo dice Giulia Bongiorno, avvocato, anche di Salvini e Guardasigilli in pectore della Lega.

Il Codice rosso? Lei l’ha voluto, ma gli uomini assassinano le donne lo stesso...

“Anche la migliore delle norme, se resta sulla carta, è inutile. Il Codice rosso prevede che le vittime di violenza domestica o di genere debbano essere ascoltate dall’autorità giudiziaria nell’immediato, ma questo spesso non avviene.

E la colpa di chi è? Polizie o pm? Cartabia ha mosso gli ispettori...

“Ancora oggi il fenomeno viene sottovalutato, si tende a ritenere la violenza domestica una violenza “minore”: si fa un uso eccessivo del divieto di avvicinamento quando invece ci vorrebbe il carcere”.

Linea dura?

“Bisogna essere molto più rigorosi nella valutazione delle misure da applicare. Per questo servono magistrati e personale di polizia specializzati, in grado di percepire subito l’eventuale pericolo di un’escalation. Si devono applicare misure immediate, che limitino in modo drastico la libertà di movimento”.

Ma lo vede che poi in galera non ci va nessuno?

“La Lega si è sempre schierata contro gli sconti di pena e i decreti “svuota-carcere”. Per me i processi che offrono sconti a chi commette crimini efferati sono inaccettabili”.

Eppure lei fa l’avvocato...

“Le sanzioni servono per punire il colpevole e sono un deterrente per tutti. Il perdonismo di certa sinistra ha creato un senso di impunità, ulteriormente alimentato dai tempi lunghissimi delle indagini e dei processi”.

È il suo programma di governo?

“È indispensabile aiutare chi denunzia riducendo le attese subito con misure cautelari adeguate e poi processi rapidi, per giungere subito a una sentenza definitiva”.