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di Aldo Cazzullo


Corriere della Sera, 29 dicembre 2020

 

La straordinaria prova offerta quest'anno dalla società civile - da chi ha combattuto la pandemia in prima fila - non può cancellare gli errori della classe dirigente. Dopo la Grande Guerra, ci fu nell'arte il rappel à l'ordre, il richiamo all'ordine.

Si placarono i furori delle avanguardie e si riscoprirono i maestri rinascimentali e la classicità. Per semplificare: prima i pittori avevano sperimentato: astratti, cubisti, futuristi. Dopo pure Picasso tornò all'arte figurativa, insomma a fare le figure (e più tardi negherà di aver mai dipinto un quadro astratto in tutta la sua vita). Ecco, il 2020 sarà ricordato in politica come l'anno del ritorno all'ordine; il che, in un mondo sottosopra per la pandemia, può sembrare curioso.

Per semplificare: il '900 è stato segnato dal comunismo, che predicava la dittatura di una classe sociale; dal fascismo, che teorizzava la prevalenza di una razza e di una nazione (ovviamente la propria) sulle altre; e dal liberalismo, convinto che la libertà d'intrapresa e di commercio avrebbe alla lunga portato benefici a ogni classe sociale e a ogni Paese.

Il fascismo è stato sconfitto con la seconda guerra mondiale, il comunismo con la guerra fredda. All'inizio del nuovo secolo, è parso che pure il liberalismo si sentisse poco bene. Prima il 2008 della grande crisi, poi il 2016 della Brexit e di Trump sembravano aver inflitto un colpo mortale all'idea del libero scambio, della globalizzazione felice, della crescita perpetua, in una parola della liberal-democrazia.

Se poi un anno fa qualcuno avesse vaticinato una pandemia capace di far crollare la produzione e l'occupazione, di bloccare i voli tra l'Europa e l'America, financo di impedirci di uscire di casa, avremmo pensato che stesse per scoppiare la rivoluzione.

Invece è accaduto il contrario. Il ritorno all'ordine, appunto; o almeno così sembra. Trump ha perso un'elezione che senza il Covid avrebbe probabilmente vinto, e gli Stati Uniti hanno eletto il presidente più anziano della storia, un democratico di centro; un tipo "normale". La Brexit ha partorito alla fine un accordo che salva il mercato unico tra Londra e il continente. Non solo, senza la Brexit non ci sarebbe forse stato lo scatto dell'Europa.

La grande novità dell'anno è che, sull'onda della crisi sanitaria ed economica, Angela Merkel ha aperto al debito comune europeo. Una mossa che potrebbe consegnarla alla storia come la prima statista europea, e non solo come l'ultima statista tedesca; anche se ora sui vaccini Berlino è ripiombata nel solito egoismo, a discapito degli alleati. L'Europa non ha certo risolto i suoi problemi; i soldi di Next Generation Eu ancora non si sono visti; ma già Germania e Francia, i grandi Paesi saldamente governati dal centro, hanno recuperato la loro centralità, mentre i revanscismi diffusi nell'Est europeo sono stati ricondotti alla loro dimensione, inquietante ma non necessariamente dirimente.

In Italia, il ritorno all'ordine ha segnato sia le elezioni regionali, sia la linea dei partiti un tempo considerati populisti. Campani e pugliesi di destra hanno rieletto De Luca ed Emiliano; veneti e liguri di sinistra hanno votato Zaia e Toti; e dove non c'era un uscente, come in Toscana, è stato riconfermato un sistema. I Cinque Stelle sono passati dai Gilets Jaunes a Macron. La Lega si interroga se sia davvero il caso di restare al fianco di Marine Le Pen - che peraltro quest'anno ha rinunciato ai toni estremisti - anziché dialogare con le donne che comandano davvero in Europa: Merkel, von der Layen, Lagarde.

Questo non significa affatto che il 2020 abbia segnato la fine del sovranismo. A maggior ragione nel Paese forse più debole dell'Occidente; che purtroppo è l'Italia. La straordinaria prova offerta dalla società civile - da medici e infermieri che hanno combattuto la pandemia in prima fila, a imprenditori e operai che hanno tenuto duro - non può cancellare gli errori della classe dirigente.

I ceti più esposti alla tentazione sovranista sono stati i più colpiti dalla crisi: le classi popolari si sono ulteriormente indebolite; si è allargata la forbice tra chi è garantito e chi no, tra chi può lavorare in smart-working e ricevere lo stipendio e il popolo degli autonomi, degli artigiani, delle partite Iva, dei precari.

Inoltre si comincia a capire che l'Europa ha commesso un errore abbastanza clamoroso, puntando quasi tutto su un vaccino che ancora non c'è, e ordinando troppe poche dosi del vaccino che invece c'è. Di conseguenza la Cina, uscita per prima dall'emergenza, sarà seguita dall'America, non dal nostro continente; con la solita eccezione della Germania, che sta però cercando una scorciatoia che non le fa onore. Dopo la Grande Guerra non venne, in politica, un ritorno all'ordine. Vennero rivoluzioni comuniste e fasciste.

La storia non si ripete mai due volte, anzi: "Non ritorna mai più niente", come ammonisce Francesco De Gregori; e il fatto va accettato "come una vittoria". Ma se l'Europa non riuscirà a vaccinare i suoi cittadini in modo efficace - proteggendo oltre agli anziani anche i lavoratori attivi - né a creare lavoro con i soldi del Recovery, allora il 2021 porterà altre sorprese; e non positive.