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di Laura Anello

La Stampa, 22 maggio 2024

A poche ore dal 23° anniversario della strage di Capaci - il perno simbolico intorno a cui ruota la storia della mafia e dell’antimafia in Sicilia - le nuove indagini sul generale Mario Mori, allora vicecapo del Ros dei carabinieri e direttore dei Servizi segreti civili, hanno l’effetto dell’eterno ritorno del sempre uguale, per dirla con Nietzsche. Assolto l’anno scorso definitivamente dall’accusa di avere condotto una trattativa sottobanco con Cosa nostra per fermare le stragi dopo una vicenda giudiziaria che si è trascinata per un quarto di secolo, questa volta al canuto generale oggi ottantacinquenne toccherà respingere l’accusa della procura di Firenze di non avere impedito le stragi del 1993 che portarono le bombe a Roma, a Milano, a Firenze.

Al netto del rispetto per la magistratura, può un Paese normale continuare ad aggrovigliarsi nei suoi nodi dopo trent’anni? Può ancora aggirarsi nelle nebbie con i suoi fantasmi? Può farlo ancora, tre decenni dopo la morte di Falcone? Se fosse una fiction, verrebbe da dire che i personaggi sono logorati, che la narrazione è vecchia, che non appassiona più.

E invece su questa storia che ha visto salire alla ribalta - e questa volta tocca citare Sciascia - una generazione intera di professionisti dell’antimafia, c’è il sangue di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, degli agenti delle loro scorte, delle tante altre vittime innocenti. Non è una fiction, no. La prima inchiesta su Mori, già mascariato per la mancata perquisizione al covo di Riina nel 1993, fu aperta proprio dalla procura di Firenze nel 1998.

Poi la svolta nel 2009 quando Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, avviò la stagione delle sue contraddittorie rivelazioni: il padre avrebbe intavolato una trattativa con il Ros, consegnando loro il famoso papello con le richieste per fermare le stragi, uno scambio che avrebbe avuto la copertura di servizi segreti e politici. Un ricatto: abolizione del 41bis in cambio dello stop al tritolo. E Mori, con i suoi uomini (Antonio Subranni e Giuseppe De Donno) nel ruolo di mediatori, complice di una “minaccia a un corpo politico dello Stato”, questa l’ipotesi di reato.

Da lì una via crucis, per gli imputati e per il Paese, che è durata 25 anni - venticinque - e che si è conclusa con la sentenza della Corte di Cassazione del 27 aprile 2023 che assolse gli ufficiali del Ros da ogni accusa. La trattativa era una “boiata pazzesca”, come sintetizzò con una battuta il giurista palermitano Giovanni Fiandaca, che già nel 2012 aveva smontato pezzo dopo pezzo quella costruzione, dando scandalo, lui democratico e di sinistra.

E tra le tante cose che disse e che ha ripetuto in questi anni vale la pena citarne una: “Questa vicenda è stata frutto di una indebita enfatizzazione estremistica dei pm, far prevalere i processi politico-mediatici rispetto a quelli giudiziari non giova al sistema democratico e neppure alla lotta alla mafia”. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo, per Mori, ed ecco arrivargli ieri, nel giorno del suo compleanno, il regalo del nuovo avviso di garanzia per i reati di strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico.

Sostanzialmente, sarebbe stato informato delle stragi nel corso della sua attività investigativa, e non le avrebbe impedite. “Credevo di poter trascorrere in tranquillità quel poco che resta della mia vita”, ha commentato. Il timore è che sia la replica della puntata di una spystory già vista. Spettatore esausto il Paese che avrebbe diritto alla verità.