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di Guido De Maio*


Il Mattino, 26 febbraio 2021

 

Con la formazione del nuovo Governo ha ripreso vigore la querelle sulla riforma dei processi, sia civile che penale, e dell'istituto della prescrizione in particolare. Tutto, o quasi, bene, sui tempi inammissibilmente lunghi dei nostri processi.

Sia la nostra Corte Costituzionale che le Corti europee ci hanno più volte richiamati sulla necessità di abbreviare i tempi della celebrazione e della prescrizione. Ora che ci siamo, secondo me parzialmente, riusciti, quanto meno sulla prescrizione, non sono mancate voci reclamanti un ritorno all'antico. Pazzesco sarebbe dare ascolto a voci siffatte, il cui accoglimento ci riporterebbe agli insabbiamenti d'antan, ineluttabilmente dannosi (come riconosciuto da quasi tutti i commentatori) per il commercio, anche internazionale, e l'economia in genere.

Tutto ciò premesso, con la speranza che non sia più necessario ripetersi, credo sia opportuno prospettare, alle allocuzioni correnti, un correttivo, uno solo ma fondamentale: qualsiasi riforma non risolverà il problema, se alle stesse non si aggiungerà la fattiva collaborazione dei giudici che intervengono nel processo.

Ho letto interventi da tutte le parti e su quasi tutti i quotidiani (alcuni davvero illuminati, da Massimo Krogh a Carlo Nordio a Davigo, solo per fare qualche nome), ma in quasi nessuno di essi ho potuto cogliere una ulteriore e più approfondita visione degli interni corporei del processo: voglio dire ai protagonisti, oltre che alle norme provenienti ab extrinseco.

Non si deve mai dimenticare che il deus ex macchina del processo è pur sempre il magistrato al quale normativamente incombe l'onere e l'onore di dirigerlo. Attività, questa, che comporta, insieme alla necessaria disponibilità all'ascolto delle ragioni e richieste delle parti, conoscenza dei propri poteri/doveri e fermezza nella conduzione come nelle decisioni.

E in tal senso vanno preparate anche le nuove generazioni di magistrati. Il processo è funzionalmente diretto alla sua fine naturale, la sentenza. E in questa direzione devono essere dirette tutte le attività dei protagonisti. Da magistrato della vecchia guardia, ma anche attento all'attuale evoluzione degli istituti, direi, soprattutto per il penale, che il processo, una volta iniziato ("incardinato", si dice in gergo), deve avere un suo percorso preferenziale verso la sua fine ultima, la sentenza, come si diceva.

Inconcepibile che un processo, una volta esauriti i preliminari e la fase iniziale, venga poi rinviato a mesi e mesi di distanza, se non addirittura ad anno. Questo significherebbe tradire finalità e funzione del processo. Discorso a parte meriterebbero i cosiddetti maxi/ processi, che per loro stessa natura richiedono necessariamente tempi più lunghi per arrivare alla conclusione.

Non per nulla la Cedu raccomandò all'Italia di ridurne, il più possibile, il numero, proprio per evitare tempi lunghi. Qui basterà dire che il primo di tali "mostri" (per intenderci quello in cui fu arrestato Enzo Tortora) pervenne al dibattimento con circa 900 imputati!

Difronte all'impossibilità, anche fisica, di affrontare una siffatta fenomenologia, il processo (come molti ricorderanno) fu diviso in tre tranche, ciascuna affidata a un diverso collegio. Ma, anche così, la soluzione non fu del tutto soddisfacente. Il discorso relativo sarebbe molto lungo, ma spero che anche per questi non mancherà occasione di riparlarne. *Presidente emerito Corte di Cassazione