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di Enrico Sbriglia*

L’Opinione, 9 giugno 2022

Possono esistere vari gradi e livelli del dolore fisico, così come possono esistere vari gradi e livelli di sofferenza degli ordinamenti statuali e nelle istituzioni che indichiamo come democratiche o strumentali all’esercizio della democrazia. In Italia, ed è comprensibile anche all’uomo della strada, benché il sistema reale dei poteri che si è andato formando nel tempo lo induca a spingerlo verso l’indifferenza (il forte progressivo astensionismo nell’esercizio del voto ne è una quasi consolidata e preoccupante, nonché evidente, manifestazione), c’è un grande e terribile problema sociale, che coincide con quello di una Giustizia negata, la quale ha perso, proprio nei riguardi di quanti più di altri dovrebbero rappresentarla, la sua immagine reputazionale, al punto da considerarla asservita a interessi corporativi e carrieristici. Quindi, non più obiettiva regolatrice dei rapporti tra gli stessi cittadini e tra loro e le istituzioni, perciò scemandone la sua natura di funzione pubblica democratica.

Non solo, ma oramai sempre più spesso ci si chiede se essa non si sia di fatto trasformata in una nuova forma di potere, la quale diventa difficile considerare appartenente alla res publica, perché convintamente “irresponsabile” verso i cittadini e, probabilmente, così unica nello scenario europeo, ove solo fosse comparata con la generalità dei sistemi di giustizia “occidentali”. L’inganno, infatti, perpetrato di fare artatamente coincidere gli indispensabili valori di indipendenza e terzietà del giudice, rectius magistrato, con quelli dell’assoluta indiscutibilità postuma dei suoi provvedimenti e delle decisioni, pur quando esse risulteranno, a seguito di giudicato, palesemente, abnormi, ingiuste, sproporzionate, irragionevoli, mortifere con le considerazioni dalle quali trassero avvio. E che per tali ragioni hanno determinato gratuite sofferenze e danni enormi, sia verso la stessa società nel suo complesso di interessi sociali, economici, politici, religiosi che nei confronti degli indagati, uscitine, spesso dopo lunghi calvari, assolti, ma ormai già segnati non solo nello spirito ma anche nel corpo - e il richiamo all’odissea di Enzo Tortora continua a essere un monito costante - ne sono la prova manifesta.

Quello che però sconcerta ulteriormente è che un tanto sembri trovare tutela sottile anche da parte di quanti, di diritto e professione, siano dei comunicatori sociali, tra l’altro ingaggiati per il servizio pubblico, ancorché si tratti della cosiddetta televisione di svago e intrattenimento. Pur quando, con una disinvoltura di avanspettacolo, ci si inerpichi su tematiche complesse ed essenziali per una comunità. Quanto è accaduto, banalizzandone i contenuti, nel corso di una recente trasmissione serale della tv di Stato, a opera di una seguita comica-non comica, conduttrice certamente (da Conducator, o meglio da “ducere”) quindi capace di orientare quelle che una volta potevano essere indicate come le “masse”, francamente non desta scandalo. Ma rappresenta l’ennesima prova di un sistema Italietta che predilige la veicolazione dell’ignoranza, elevata come linguaggio condiviso, alla pretesa e al diritto alla conoscenza al quale ogni cittadino avrebbe legittima pretesa.

Ridicolizzare, sostanzialmente, i referendum sulla giustizia, a causa di una loro asserita complessità, che imporrebbe significative conoscenze in ambito giuridico, costituisce una vera e propria mistificazione, perché non ci sarebbe voluta chissà quale straordinaria competenza per poter semplicemente sintetizzare, ove per davvero si fosse voluta offrire una comunicazione corretta e rispettosa verso i cittadini-contribuenti, che i quesiti sostanzialmente chiedono al cittadino se preferisca il sistema giustizia così com’è, oppure si intenda promuoverne un radicale cambiamento. Incidendo su alcuni degli istituti giuridici che ne rappresentano, al momento, il nocciolo duro, granitico e finanche tombale, per quanti considerino gli stessi come strumentali a un modo di fare giustizia, il quale parrebbe non corrispondere più ai principi costituzionali e del buon senso comune.

Insomma, i quesiti chiedono se si preferisca la conservazione dell’attuale sistema giurisdizionale, oppure si preferisca modificarlo concretamente, attraverso appropriati interventi del legislatore, oggi timido o compromesso. Posto in tal senso, ogni cittadino, sulla scorta della propria sensibilità e delle esperienze vissute, direttamente o apprese da altri, potrà essere certamente in grado di esprimersi in modo consapevole, senza bisogno che debba necessariamente essere un uomo o una donna del diritto.

In verità, il partito trasversale del non cambiamento e del perpetrarsi di un sistema giurisdizionale che ha conseguito l’obiettivo di scontentare, allo stesso momento, le vittime e gli autori delle vittime, le forze dell’ordine e il mondo dell’avvocatura, gli imprenditori e le maestranze, i credenti e gli agnostici, e la generalità delle persone tutte, è stato capace di anestetizzare il legittimo desiderio della maggioranza degli italiani di non subire la giustizia ma di confidare nella stessa.

Non comprenderlo corrisponde all’infilare forzatamente la testa dei cittadini nella sabbia. E tale circostanza è gravissima, perché si deruba il popolo italiano dall’ispirazione a essere nei fatti più europeo. E perciò più tutelato da ogni forma di arbitrio e di abuso di cui il mondo dell’informazione ci offre costanti raffigurazioni, al punto che ne sono stati allarmati gli investitori nazionali ed esteri, nonché le stesse istituzioni europee, così come quelle internazionali.

Ma talvolta può, però, anche accadere, ed è quello che in tanti speriamo, che i più illiberali propositi da parte di coloro che si sentano legibus solutus si infrangano con una volontà popolare, che si spera non vorrà incaprettarsi da sola, finalmente esigendo essa quell’attenzione e quel rispetto dovuto. Perché va ricordato, a quanti se ne siano dimenticati, che le sentenze sono pronunciate in nome del popolo sovrano, per l’appunto, e non a uso di masse beote oppure che si vogliono disinformare, attraverso gli strumenti di distrazione di massa finora impiegati.

Personalmente, voterò per i cinque Sì, pure ove per taluno avrei bisogno di una maggiore informata riflessione, con l’auspicio che il Parlamento poi sappia tradurre il disagio dei cittadini e delle aziende attraverso un nuovo corpo di norme che sia davvero coerente con l’esito delle consultazioni referendarie, evitando che, come per il passato, se ne tradiscano i contenuti: La responsabilità civile dei magistrati, così come ne è stata disposta la concreta applicazione, ingannando lo spirito di un referendum che avrebbe imposto tutt’altro, ne mostra la peggiore rappresentazione che il popolo italiano ha dovuto subire.

*Penitenziarista, former dirigente generale dell’Amministrazione penitenziaria italiana, componente del Consiglio generale del Partito Radicale Non Violento Transnazionale Transpartito, presidente dell’Osservatorio internazionale sulla Giustizia di Trieste, presidente Onorario del Cesp (Centro europeo di studi penitenziari) di Roma, vicepresidente dell’Osservatorio regionale Antimafia del Friuli-Venezia Giulia