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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 22 giugno 2026

Il Salvador del “trumpiano” Nayib Bukele con la sua politica di tolleranza zero in appena cinque anni ha praticamente annientato il fenomeno dei crimini violenti: gli omicidi sono infatti diminuiti del 98%, da 103 ogni 100mila abitanti ad appena 1,3 nel 2025, lo stesso tasso della Francia. Una caduta spettacolare che nasce dalla guerra senza quartiere alle due principali gang che operano nel piccolo paese centroamericano: MS-13 e Barrio 18. Il prezzo di questo successo sul piano della sicurezza lo ha pagato la democrazia; le stesse politiche che hanno consentito di smantellare il potere delle organizzazioni criminali ha coinciso con un attacco senza precedenti alle garanzie proprie dello Stato di diritto. Dal marzo 2022, quando il governo ha introdotto uno stato d’eccezione più volte rinnovato, gli apparati di sicurezza e la stessa magistratura hanno acquisito straordinari che hanno ridotto in modo drammatico le tutele individuali previste dall’ordinamento democratico.

Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato decine di migliaia di arresti effettuati senza mandato o sulla base di indizi estremamente deboli, detenzioni prolungate senza processo, processi collettivi con centinaia di imputati e numerosi casi di torture, maltrattamenti e morti in custodia. Oltre trecento persone che erano in custodia dell’autorità giudiziaria sono di fatto scomparse, sparizioni forzate che ricordano le brutalità del Cile di Pinochet e dell’Argentina di Videla. Le modifiche apportate al codice penale hanno abbassato da 16 a 12 anni la soglia per applicare pene detentive severe, una riforma approvata durante lo stato d’eccezione ha consentito condanne fino a 10 anni di carcere per ragazzi tra 12 e 15 anni e fino a 20 anni per quelli tra 16 e 18 anni. Secondo i report dell ong, la compressione delle libertà fondamentali non rappresenterebbe un effetto collaterale della lotta alle gang, ma è lo strumenti centralo attraverso cui essa è stata condotta.

Tra i diritti maggiormente colpiti dall’ondata di repressione c’è senz’altro quello di difesa. L’accesso tempestivo a un avvocato, la possibilità di conoscere le accuse, di contestare la detenzione e di preparare adeguatamente il processo sono elementi essenziali di qualsiasi sistema giudiziario fondato sul principio del giusto processo. In Salvador questo principio è stato fatto a pezzi, migliaia di imputati lo restano per mesi senza poter incontrare o conferire in modo efficace con i propri legali; le udienze di massa rendono difficile valutare le responsabilità individuali; i familiari spesso non vengono informati tempestivamente del luogo di detenzione dei propri congiunti.

Emblematiche sono in tal senso le vicende di Ivania Cruz e Rudy Joya, membri dell’organizzazione Unidad de Defensa de Derechos Humanos y Comunitarios. Entrambi hanno assistito centinaia di persone arrestate durante il regime d’eccezione, denunciando casi di detenzione arbitraria, sparizioni temporanee e violazioni del diritto alla difesa. Lo hanno fatto perché sono avvocati ed è loro dovere presidiare la frontiera che separa un’accusa legittima da un arresto e un processo arbitrario. Ma come accade in tanti altri scenari dove la democrazia è sotto attacco, dalla Turchia di Erdogan alla Russia di Putin, i governi autoritari amano assimilare i difensori con i loro clienti.

Nel 2023 la polizia di Bukele ha arrestato Rudy Joya insieme ad altri membri dell’organizzazione con accuse legate ad attività illecite riguardanti proprietà immobiliari. Il 25 febbraio 2025, c’è stata un’irruzione violenta e irregolare nell’abitazione di Ivania Cruz , che si trovava in Spagna. Durante il blitz gli agenti di polizia hanno fatto irruzione con la forza dalla porta principale senza esibire un mandato. Gli agenti hanno rubato una cassaforte contenente documenti privati ​​appartenenti al fratello dell’avvocata contro cui è stato spiccato un mandato d’arresto. Grazie al tenace lavoro dell’Oiad (Osservatorio internazionale avvocati in pericolo) che si è rivolto direttamente all’Interpol, i mandati di cattura per Roya e Cruz sono stati cancellati in quanto contrari allo statuto della stessa Interpol. Per i difensori dei diritti umani, le associazioni forensi e le ong internazionali le accuse rivolte ai due avvocati salvadoregni sono chiaramente farlocche ed eteroclite (associazione criminale e vendita illegale di lotti agricoli) e sono chiaramente collegate al loro lavoro di denuncia degli abusi commessi durante la campagna contro le gang. Come con i (pochi) giornalisti che hanno denunciato le violazioni dei diritti fondamentali, anche ai legali che “parlano troppo” il presidente di ferro ha riservato la persecuzione.