di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 14 luglio 2021
Sul delicato dossier della riforma della giustizia ha incassato ieri l'appoggio di Letta. Un nuovo segnale sui diritti, questa volta quelli dei detenuti. Ecco come va letta innanzitutto la visita di Mario Draghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, teatro il 6 aprile 2020 di un brutale pestaggio che oggi sarà condannato senza attenuanti dai vertici dell'attuale esecutivo.
Una mossa diretta, per certi versi anche impegnativa perché densa di significati politici, che dovrebbe portare il premier a esporsi oggi stesso, rilanciando in qualche modo la prospettiva di una riforma organica del sistema carcerario. Ma si tratta anche di un atto simbolico, che segna una discontinuità rispetto alla gestione del precedente governo su dossier delicati come quello delle carceri e della giustizia, che tanto preoccupano l'Europa.
Sono terreni minati. La riforma del sistema giudiziario, architrave del Pnrr, è già stata licenziata dal consiglio dei ministri pochi giorni fa nonostante le resistenze del Movimento e i molti dubbi di Forza Italia. Anche per favorire un percorso parlamentare sereno, Draghi ha ricevuto ieri Enrico Letta. Ha ottenuto rassicurazioni sul totale sostegno del Pd al testo. E ha concordato sulla possibilità che sia proprio il segretario dem a favorire (sia pure senza ingerenze) una mediazione con i grillini, facendo leva sull'ottimo rapporto che lega il leader dem a Giuseppe Conte.
Anche perché, sostiene il premier, "approvare in tempi rapidi le riforme concordate con la commissione" è l'unico modo per portare a casa tutti i 191,5 miliardi del recovery. Un braccio di ferro, quello sulla giustizia, destinato comunque a sfogarsi in Parlamento, e che si incrocia con la futura stagione referendaria promossa dai Radicali e dalla Lega. In questo contesto, con più fronti già aperti, Draghi sceglie di muovere una pedina. Rompe il silenzio sulle violenze del carcere nel casertano. E si dissocia anche, di fatto, dalla gestione di quella fase da parte del precedente esecutivo, sotto la guida di Conte e Bonafede.
Un atto simbolico, si diceva, che culminerà in un discorso in un atrio all'aperto della casa circondariale. Significa non poter tacere su fatti giudicati inaccettabili (in questo, distinguendosi nettamente anche da Matteo Salvini, che subito dopo i video si è schierato senza troppi distinguo con le guardie carcerarie). Nello stesso tempo, costruendo un messaggio equilibrato, in modo da circoscrivere gli eventi e delimitare le responsabilità, senza generalizzare, senza condannare un'intera categoria. Visitando il carcere, dunque, Draghi chiederà che incidenti del genere non si ripetano mai più. E spingerà sulla possibilità di una riforma organica del mondo carcerario. Non a caso, sarà accompagnato dalla ministra Cartabia, a rafforzare l'impegno in questa direzione.
Nessuno può prevedere gli sviluppi dell'inchiesta che ha travolto il penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, né quanto la catena delle responsabilità salirà verso l'alto, né ancora le eventuali ripercussioni politiche della gestione ondivaga del sovraffollamento carcerario nelle prime drammatiche settimane di pandemia, quando fuochi di rivolta incendiarono le carceri di mezza Italia, lasciando sul campo diverse vittime e la repressione di Santa Maria Capua Vetere.
Quel che è certo, adesso, è che dopo le misure cautelari che hanno fatto seguito alle violenze, il presidente del Consiglio e la sua Guardasigilli si espongono per mostrare al Paese e all'Europa che quei fatti sono intollerabili e che la strada del rinnovamento è necessaria e improcrastinabile. Non è rimasta inascoltata, d'altra parte, neanche la condanna europea delle lentezze nei processi civili del sistema italiano. Solo pochi giorni fa Bruxelles ha bocciato senza appello Roma, nel suo rapporto annuale sulla giustizia. E il tema resta centrale ai vertici dell'esecutivo.
I diritti, si diceva. Giorno dopo giorno, diventa la nuova inaspettata frontiera politica del presidente del Consiglio. Cresciuto coltivando un curriculum economico significativo, capace di ergerlo fino alla guida della Banca d'Italia e poi alla Bce, Draghi ha deciso di connotarsi adesso - in modo sempre più marcato - anche su un terreno inedito. Lo ha fatto in Europa, in occasione del Consiglio europeo del 24 -25 giugno scorso, quando ha scelto lucidamente il frontale contro l'Ungheria di Viktor Orban, contestando la sua legge discriminatoria verso i diritti dell'universo Lgbt. Il premier si è ripetuto pochi giorni fa, nel pieno del caotico incastro politico sul ddl Zan. Non è intervenuto direttamente sul testo contro l'omofobia, perché ha necessità di preservare i delicatissimi equilibri della maggioranza. Ma ha dichiarato il suo impegno per i diritti delle donne lavoratrici. Adesso la tappa, ancora più politica, di Santa Maria Capua Vetere.










