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di Carla Chiappini

Ristretti Orizzonti, 10 giugno 2022

Caro Red, se leggerai questa lettera vorrà dire che sei uscito e se sei arrivato fin qui, forse hai voglia di andare un po’ più lontano. Ricordi il nome della città, vero? Zihuatanejo. Mi servirebbe un uomo in gamba per aiutarmi nel mio progetto. Spero proprio che tu venga; c’è anche una scacchiera che ti aspetta. Ricorda, Red: la speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai. Spero che questa lettera ti trovi e ti trovi bene. Il tuo amico Andy” in “Le ali della libertà”. film 1994.

Il carcere scompagina i luoghi comuni, ti obbliga a pensare e a riflettere a re-flectere a ritornare su di te e sulle vecchie convinzioni, a misurare le parole ad assumere una nuova responsabilità di fronte alle espressioni usate con eccessiva leggerezza.

La speranza già. Per i cristiani una virtù teologale, per le “persone di cuore” quella buona parola di incoraggiamento che non può mai mancare nei confronti di chi sta soffrendo e per tutti noi una disposizione dello spirito quanto mai necessaria per vivere la vita a volte fin troppo complicata e faticosa.

Ma qui in un carcere di Alta Sicurezza, tra persone che hanno tutte superato i venticinque anni di reclusione, che sono state condannate all’ergastolo con l’aggravante dell’ostatività - un nodo che la Corte Costituzionale ha affidato alla politica e che la politica non è ancora riuscita a sciogliere - la speranza deve essere maneggiata con molta cura. Specialmente da parte di quei professionisti della giustizia nelle cui mani sono affidate le vite di queste persone. Il fatto di tenerle tranquille, ventilando speranze che già si sa che verranno deluse, bè non è una cosa né seria né rispettosa.

Quante e quante volte abbiamo visto accendersi speranze per una frase, un incoraggiamento che non ha poi avuto nessun seguito? E quante volte le abbiamo viste deluse, tradite, disattese. Un’altalena beffarda che mette a rischio l’equilibrio di persone già sofferenti e schiacciate da tanti anni di 41 bis, di trasferimenti, di isolamento. Che in carcere hanno affrontato lutti e allontanamenti e hanno dovuto ogni volta trovare l’energia per rialzarsi. No, quelle speranze senza progetti e senza concretezza, senza scadenze certe, quelle speranze sono illusioni e non fanno bene, Non fanno mai bene. Meglio una comunicazione seria, adulta, responsabile.

Per lasciare spazio a quella speranza intima, spirituale che accompagna la vita di ciascuno di noi.

In 6 anni di volontariato nella redazione di AS1 di Ristretti a Parma ho visto la speranza offesa, derisa, tradita un’infinità di volte; un elastico micidiale che non ha aumentato di un grammo la mia fiducia nelle istituzioni. Se giustamente si chiede chiarezza e responsabilità alle persone condannate, quanto meno bisognerebbe essere in grado di garantire chiarezza e responsabilità da parte di chi tiene la loro vita nelle proprie mani.

E a questo proposito ci piace affidare a questo spazio un ricordo di Alessandro Margara, citato, stimato e troppo poco imitato.

*Responsabile redazione Ristretti Orizzonti Parma

E che ci fa qui un così bel ragazzo?” furono queste le parole pronunciate con l’accento toscano con le quali mi accolse in aula Alessandro Margara presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze nel 1994. E quel “qui” voleva significare nell’inferno di Pianosa, il penitenziario che nel 1992 era stato riaperto di fretta e furia per rinchiudervi i detenuti sottoposti al nuovo regime di cui all’art. 41-bis voluto dal Governo Andreotti, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio in Sicilia. Ero in quel regime speciale da due anni, dal luglio 1992, che avevo 21 anni d’età, ero in carcere dal 1989, dei 4 anni di pena a cui ero stato condannato ne avevo già espiati quasi tre, sono salentino per giunta e, quindi, poco c’entravo con l’emergenza scaturita dalle stragi siciliane del 1992. Ciò non sfuggì neanche al tribunale che dichiarò illegittimo il provvedimento del ministro della giustizia applicativo del cosiddetto ‘carcere duro’, e io ebbi modo di capire che “nonostante tutto” potevo credere nella giustizia.

La figura di Margara è quella di un gigante nell’albo della magistratura italiana, una persona seria, autorevole, umana, coraggiosa. Non quel “coraggio” sventolato per “carrierismo”, ma quello di scommettere nella capacità di riscatto di chi ha sbagliato, nel rispetto dell’art. 27 della Costituzione, che prevede la risocializzazione del condannato. Un articolo pensato da quei Padri costituenti che il carcere l’avevano provato sulla loro pelle durante quei regimi illiberali che in nome dell’”ordine e della sicurezza pubblica” incarceravano colpevoli e innocenti fino alla morte.

Non ho mai confuso né generalizzato sulle persone, sulle categorie e sulle istituzioni.

Siamo fatti tutti a immagine di Dio ma ognuno a suo modo. E poi durante questi anni ho avuto la fortuna di conoscere molte “persone per bene” che fanno parte delle istituzioni. Margara, per me, ha rappresentato uno dei primi volti positivi di uno “Stato” che, in quel momento, nel carcere di Pianosa torturava sistematicamente e intenzionalmente i detenuti, molti dei quali furono poi riconosciuti innocenti e liberati. Sia a quel tempo, sia dopo quello che mi ha fatto riflettere sui miei reati e suscitare un senso di colpa, non sono state le torture o le pesantissime condanne, la sofferenza del carcere (sono messe nel conto in un certo senso), ma l’amore della mia famiglia, l’affetto dei volontari, le persone delle istituzioni che incarnavano i valori costituzionali facendomi ri-scoprire quelli che erano dentro di me, ma che per una parentesi della mia vita avevo messo da parte.

Il presidente Margara purtroppo è morto da tempo ma il suo esempio continua a sopravvivere è ancora citato quando è necessario dare un po’ di decoro alla magistratura di sorveglianza italiana. La figura del magistrato di sorveglianza è stata introdotta con la Riforma penitenziaria del 1975, con funzioni di vigilanza e tutela dei diritti del detenuto, a tutela di quel reinserimento sociale previsto dalla Costituzione, non in funzione “anti” qualcosa. In funzione preventiva ci sono una moltitudine di figure e organi inquirenti e investigativi che solo a citarne gli acronimi ci vorrebbe un’intera pagina.

Mi chiedo cosa direbbe Margara se mi ri-vedesse oggi, dopo 32 anni di carcere ininterrotti, senza un’ora di libertà, non più un ragazzo immaturo e “difficile”, ma un uomo maturo e riflessivo, completamente diverso, anche fisicamente. Mi chiedo cosa direbbe col suo accento toscano.

Claudio Conte