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di Massimo Lensi*


Corriere Fiorentino, 3 dicembre 2019

 

Recentemente, il leader dell'opposizione, Matteo Salvini, si è recato in visita al carcere "Don

Bosco" di Pisa. Un carcere vetusto, con tanti problemi da risolvere. Nella mia lunga militanza nel Partito Radicale l'ho visitato più volte, arrivando alla conclusione che se c'è un istituto da chiudere in Toscana è proprio quello pisano.

Colpisce, quindi, che all'uscita dal Don Bosco Salvini non abbia speso una sola parola sulle condizioni di vita interne, riconosciute dagli osservatori come degradanti per tutti: detenuti, amministrativi, e agenti del corpo di Polizia Penitenziaria.

All'uscita, al contrario, ha voluto rimarcare con un tweet di esserci andato "non per trovare i detenuti" ma per "incontrare gli agenti di Polizia Penitenziaria, visto che molto spesso vengono trattati peggio di chi sconta una pena".

Ognuno è libero di pensare come gli pare e piace, ma questa distinzione, proprio perché differenzia tra volontà e necessità, si trasforma inevitabilmente in un'ammissione di fallimento, specie per chi ha ricoperto il ruolo di ministro dell'Interno. Culturalmente sono lontano anni luce da Salvini, ma questo non mi impedisce di tentare di aprire un dialogo, fosse anche con il diavolo in persona.

Quando con le mie compagne e i miei compagni ci rechiamo in un istituto penitenziario per un sopralluogo, lo visitiamo a fondo e ascoltiamo tutti: agenti, volontari, la direzione del carcere e i detenuti. Perché, in quello che definiamo "Pianeta Carcere", ogni parte condiziona la vita dell'altra. Soprattutto poi, è solo prestando attenzione a ogni parte che si può sperare di fare un passo in avanti per cambiare quel luogo infernale che è oggi il carcere in Italia.

Un luogo di pena per tutti, fondato su una rieducazione che quasi non c'è, sul reinserimento a fine pena che è ancora utopia e sulla risocializzazione all'interno di un'istituzione totale. I processi di prigionizzazione (adattamento passivo al carcere e spersonalizzazione) e disculturazione (incapacità di riadattarsi alla vita in libertà) sono, all'opposto, i terminali concettuali della carcerazione in Italia, e sono, per di più, alla base degli alti tassi di recidiva.

Inquadrata nella realtà carceraria, l'uscita di Salvini è quindi solo propaganda, e davvero di bassa lega. Perché se è vero che i diritti di chi in carcere lavora devono essere maggiormente tutelati, è altrettanto evidente che assicurare un carcere dignitoso capace di recuperare e reintegrare chi ha commesso un reato e sconta la pena sotto la tutela dello Stato, è nell'interesse di tutti.

Delle guardie e dei ladri, dei cittadini che chiedono maggiore sicurezza, dello Stato che dovrebbe somministrare la pena senza intaccare i limiti della dignità della persona ristretta. Albert Camus riteneva che mai si dovrebbe superare la tragedia greca. Antigone aveva ragione, certo, ma Creonte cosa poteva fare?

Nel bel mezzo di questa domanda, si apre dunque il difficile capitolo della punizione: un aspetto che ruota nelle differenze istituzionali tra pena retributiva e rieducativa. Il sociologo francese Émile Durkheim sosteneva che: "La pena è rimasta, almeno in parte, un atto di vendetta".

Siamo agli inizi del Novecento, ma in quell'affermazione è condensato tutto ciò che ancora oggi non siamo capaci di superare. La pena, proprio perché sofferenza interiore, non può altro che essere la scommessa di una vita ancora da recuperare. Non lo diciamo noi "buonisti" del carcere. Lo afferma la nostra Costituzione, con buona pace del Salvini di turno.

*Associazione Progetto Firenze