di Martina Caroleo
Focus, 1 febbraio 2026
Dai report regionali sulla salute in ambito penitenziario, limitatamente alle Regioni dotate di un proprio Sistema informativo, risulta che circa il 10-15% della popolazione detenuta in Italia è affetta da un disturbo mentale grave. In termini assoluti, si tratta di circa 6.000-9.000 persone su un totale di circa 60.000 detenuti. L’approccio attuale alla detenzione nei confronti delle persone con disturbi psichiatrici richiede l’attuazione di soluzioni più umane ed efficaci. Il Servizio Sociale può rivestire un ruolo importante nella promozione di alternative che garantiscano interventi mirati e personalizzati, in grado di ridurre la recidiva e la cronicità, lavorando al contempo per un reinserimento sociale solido, che consenta di costruire una prospettiva oltre la pena. In generale, l’obiettivo che ci si dovrebbe porre nell’affrontare questi casi è quello di rileggere il sistema detentivo per le persone con disturbi psichiatrici, cercando di bilanciare tutela della collettività, diritto alla cura e esigenze di sicurezza.
Riferimenti normativi. Quando ci si muove in questo delicato spazio che comprende il sistema penale e quello sanitario, in riferimento alla salute mentale, è fondamentale incorniciare gli interventi all’interno di un quadro normativo che aiuti gli operatori dei servizi a mantenere l’equilibrio su quella linea sottilissima che separa il diritto alla cura dalla garanzia dell’ordine e della sicurezza pubblica.
La prima pietra miliare a cui fare riferimento è la Legge 180/1978, nota come Legge Basaglia, che, oltre ad aver rivoluzionato il sistema sanitario, ha ribaltato completamente l’approccio verso le persone con problemi di salute mentale, abbandonando l’impostazione esclusivamente contenitiva a favore di modalità inclusive e riabilitative.
Nel 1990, il Testo Unico sulle dipendenze ha introdotto l’accesso alle misure alternative alla detenzione per le persone con doppia diagnosi, ovvero che presentano contemporaneamente una dipendenza e un disturbo psichiatrico. Anche in questo caso, l’approccio si sposta da una concezione punitiva e contenitiva a una che presuppone un progetto riabilitativo orientato all’inserimento sociale.
Nel 2014 si registrano due importanti novità legislative: con la L. 67/2014 viene introdotta la possibilità che anche i maggiorenni siano messi alla prova, mentre con la L. 81/2014 vengono definitivamente chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sostituiti dalle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). Entrambe le riforme si muovono nella direzione di superare una concezione puramente afflittiva della pena, puntando a percorsi riabilitativi costruiti avendo come riferimento il momento in cui la sanzione penale si esaurisce.
Quali sono le alternative alla detenzione? Il nostro ordinamento prevede alternative alla detenzione. In primo luogo, ci sono le misure di sicurezza non detentive. Nell’ambito della salute mentale, un esempio è la libertà vigilata con l’obbligo di attenersi a specifiche prescrizioni terapeutiche. C’è, poi, la detenzione domiciliare, con affidamento ai servizi territoriali (Centro di Salute Mentale, Servizio per le Dipendenze, ecc.).
Una terza possibilità è l’affidamento in prova al Servizio Sociale, gestito dal Ministero della Giustizia tramite l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE, dedicato ai maggiorenni) o Ufficio Servizio Sociali per Minorenni (USSM). In questo caso, alla persona condannata, viene offerta la possibilità di costruire un progetto alternativo insieme al Servizio Sociale, anziché scontare la pena in carcere o in una struttura detentiva, tale progetto prevede un lavoro di responsabilizzazione rispetto a ciò che si è commesso e un percorso di riparazione, che combina l’obiettivo rieducativo con quello riabilitativo. La messa alla prova rappresenta un altro istituto alternativo. A differenza dell’affidamento in prova, in questo caso il procedimento penale viene sospeso: la persona imputata segue un progetto concordato con UEPE/USSM e, qualora l’esito sia positivo, il reato viene estinto.
Infine, è possibile l’inserimento in comunità terapeutiche o strutture socio-riabilitative, con il coinvolgimento dei servizi territoriali (Centro di Salute Mentale -CSM- e Servizio per le Dipendenze - SerD) per individuare le soluzioni più adeguate ai bisogni della persona. Dunque, il legislatore ha tracciato un percorso chiaro nel regolamentare il rapporto tra sistema penale e salute mentale, individuando strumenti specifici e coerenti. Nella pratica, tuttavia, la società non sembra aver ancora pienamente assorbito questo cambiamento. Ci troviamo infatti in una situazione peculiare, in cui non è la giurisprudenza a recepire un mutamento sociale già consolidato, ma è la società stessa a mostrarsi riluttante nell’accogliere un’indicazione legislativa avanzata.
Le criticità del sistema. Attualmente il sistema poggia in maniera significativa sui servizi territoriali, spesso già saturi per le prese in carico ordinarie. Questo comporta difficoltà nel trattare casi complessi con un numero adeguato di operatori e con tempi adeguati alla urgenza delle situazioni. A ciò si aggiunge la difficoltà nel proporre alternative concrete, perché le strutture idonee e i percorsi differenziati previsti dal legislatore sono meno di quanti ne servirebbero. Di conseguenza, nell’attesa di accedere alla soluzione più adeguata, i servizi sono spesso costretti a predisporre percorsi che non soddisfano pienamente i requisiti richiesti dai giudici, in alcuni casi in termini di sicurezza pubblica, in altri rispetto alla consistenza dei programmi riabilitativi.
Ne deriva un ulteriore, grande problema: i tempi eccessivamente lunghi delle risposte istituzionali. Può accadere, ad esempio, che si individui una opportunità lavorativa per una persona in misura alternativa, ma che questa possibilità venga persa perché il nulla osta del Tribunale di Sorveglianza arriva solo diversi mesi dopo la richiesta.
Un’altra fragilità del sistema è rappresentata dalla difficoltà di comunicazione tra giustizia e sanità. Mentre il sistema giudiziario si fonda su una logica di controllo, quello sanitario tutela il principio della libera adesione al trattamento. Tale tensione si acuisce considerando che il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, non può essere subordinato in modo rigido alle prescrizioni contenute in una sentenza, le quali rispondono prevalentemente a una logica giuridica.
Questa complessità si traduce inevitabilmente in un aggravio per le risorse familiari e sociali, dato l’attuale assetto del nostro welfare. È questo un forte discrimine, non solo rispetto alle possibilità di successo, ma anche di accesso stesso ai percorsi riabilitativi, e contribuisce ad approfondire le disuguaglianze e il classismo sociale ancora presenti nel nostro Paese.
Il ruolo del Servizio Sociale. La persona con disturbo psichiatrico che ha commesso un reato necessita di un intervento complesso, che coinvolge una pluralità di attori istituzionali e territoriali (Tribunale, CSM, SerD, UEPE, avvocati, comunità, famiglie). In questo contesto, il Servizio Sociale svolge una funzione centrale di attivazione e coordinamento della rete, prevenendo la frammentazione degli interventi e favorendo una comunicazione più efficace tra servizi caratterizzati da linguaggi e logiche differenti.
Un ulteriore compito essenziale è l’accompagnamento della persona lungo l’intero percorso giudiziario e riabilitativo, attraverso momenti di restituzione e chiarificazione che permettano di comprendere i provvedimenti adottati e le loro implicazioni. La presenza continuativa di una figura di riferimento facilita l’adesione al progetto e il coinvolgimento attivo della persona.
Il lavoro del Servizio Sociale è infine orientato alla costruzione di un reinserimento sociale stabile, che tenga insieme dimensioni lavorative, economiche e abitative. Per questo motivo, gli interventi vengono avviati già durante l’esecuzione della misura alternativa, con l’obiettivo di offrire una prospettiva concreta che vada oltre il termine della pena.
Conclusioni. La progettazione di percorsi alternativi alla detenzione richiede un attento bilanciamento tra tutela della collettività e diritto alla cura, entrambi elementi imprescindibili per l’efficacia degli interventi riabilitativi. In questa prospettiva, il rafforzamento dell’integrazione tra servizi sanitari, sociali e sistema giudiziario rappresenta una condizione indispensabile. Superare la frammentazione istituzionale e promuovere una cooperazione reale consente di costruire risposte più tempestive, coerenti e rispettose della dignità delle persone coinvolte.
La sfida principale è trasformare il percorso giudiziario in una reale opportunità riabilitativa, evitando che la salute mentale venga ricondotta a una questione di ordine pubblico e scongiurando il rischio di una regressione verso modelli esclusivamente contenitivi, ormai superati sul piano culturale e normativo.











