di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 16 settembre 2025
Donatella Stasio racconta la storia di un ex detenuto. La sentenza della Consulta rimasta lettera morta “Il deserto affettivo specchio della nostra società”. Roba che “non si fa”, le aveva risposto di getto. Parlava del sesso in carcere: privazione che lui conosceva bene perché dentro c’era stato tanto. Eppure quella clamorosa sentenza della Consulta, la numero 10 del gennaio 2024 che nell’indifferenza collettiva dichiarava “incostituzionale il divieto di affettività per le persone detenute”, a lui non lo aveva scalfito neanche un po’: questione di rispetto e decenza, aveva tagliato corto, perché oggi in galera non ci sono le condizioni. Poi sono seguiti mesi di colloqui.
E la questione si è rivelata più ampia. Il dramma del carcere come “deserto affettivo” e dunque “specchio della società di oggi”: niente affetti uguale più odio, più violenza, più guerre. “La gabbia del carcere è il paradigma della gabbia in cui oggi rischia di finire la difesa di tutti i diritti di libertà”.
Lui si chiama Gianluca. Lei è Donatella Stasio, giornalista e scrittrice, portavoce della Corte costituzionale con sei presidenti di fila. E a lei che appartiene l’ultimo virgolettato. Conseguenze Il risultato del loro confronto è in effetti il libro L’amore in gabbia dell’editore Castelvecchi, firmato Stasio a cura di Daniela Padoan. Un testo che a sua volta nasce al seguito di un altro, sul rapporto tra diritti e democrazia, scritto dalla stessa autrice l’anno scorso con l’ex presidente Giuliano Amato. La sentenza della Consulta di cui sopra era arrivata proprio allora per dire - a proposito di diritti - che l’articolo i8 dell’Ordinamento penitenziario è sbagliato e che “i detenuti devono poter avere colloqui intimi, anche a carattere sessuale”, “senza controllo a vista a meno di comprovate ragioni di sicurezza”.
Perché “la costrizione di emozioni e sentimenti - dice la Corte - è contraria al senso di umanità” prescritto con l’articolo 27 dai padri della nostra Repubblica. A quel punto a Donatella Stasio è tornato in mente Gianluca. Per raccontare la sua storia. “L’avevo conosciuto nel 2009 - racconta lei adesso - quando era appena uscito da Bollate. Non lo sentivo da allora. Gli ho scritto proponendogli l’idea, mi ha risposto subito. Libero da molto tempo, oggi è un imprenditore. Ma tuttora vive in una casa senza porte. Orfano di padre a sei anni e una antologia di prigioni, da Busto Arsizio alla massima sicurezza di Fossombrone: a pena finita continuava a sentirsi le catene addosso, parole sue, e mi ha detto di averci messo dieci anni a capire perché gli fosse impossibile qualsiasi relazione affettiva”.
Nato per trattare un tema vasto ma specifico - le relazioni umane in carcere - attraverso una singola storia, il libro è via via diventato “un testo politico: perché la desertificazione affettiva in cui viviamo - insiste l’autrice - ha conseguenze che si chiamano comportamenti aggressivi, odio, volontà di possesso, femminicidi, polarizzazione politica, incapacità di pace. Riaprire gli occhi sulle storie “ai margini” ci fa ritrovare i valori che rischiamo di perdere. E confesso - sorride - che a un certo punto del bellissimo viaggio affrontato con questo libro mi sono ritrovata a ricordare uno slogan in cui i giovani degli anni Sessanta credevano sul serio: fare l’amore per non fare la guerra”.
Oggi sembra Marte, ma furono i figli dei fiori a far finire la guerra in Vietnam. Tra i soldati di ogni guerra e il carcere, leggendo il libro di Donatella Stasio, emerge il denominatore comune di una parola: la mancata realizzazione pratica dell’articolo 27 della Costituzione fa sì che “le patrie galere restituiscano alla società non persone libere ma reduci, soldati mutilati dei sentimenti, della sessualità, della capacità di amare, della libertà”.
Corpi senz’aria. “E che “intima gioia” questa mancanza d’aria - ricorda l’autrice citando alla lettera - abbiamo sentito dire da un sottosegretario alla Giustizia del nostro governo. Il carcere racconta molto dello stato di salute di una democrazia”. Purtroppo “la pax carceraria si nutre di subcultura che più o meno tutti, operatori e detenuti, finiscono per respirare. Ma il carcere che funziona è quello che produce libertà. E la libertà - si legge nel libro - sta dentro i corpi, le menti, i cuori”. Anche se l’ennesima sentenza che doveva trasformare questo principio in realtà è rimasta, finora, una bella sentenza e niente più.











