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di Francesco Sannicardo

Il Domani, 5 dicembre 2024

Nel sistema penitenziario italiano, il record dei suicidi, 84, è stato raggiunto nel 2022 e tutto fa temere che questa macabra statistica sia destinata a crescere ulteriormente. Sono dati che ci parlano di una realtà impossibile da rimuovere: in prigione ci si toglie la vita circa venti volte più di quanto si faccia nelle corrispondenti fasce di età tra i cittadini liberi. Questo significa, innanzitutto, che è il carcere, la sua struttura immanente e oppressiva, la sua insensatezza a costituire un sistema patogeno: produce alienazione, psicosi, depressione, autolesionismo e morte.

Ulteriore conferma il fatto che tra gli agenti penitenziari il tasso di suicidi è sensibilmente superiore a quello registrato in tutti gli altri di corpi di polizia. Sono ormai 16mila i detenuti oltre la capienza regolamentare e più di 18mila i posti vacanti nella polizia penitenziaria. Sono le cifre di un disastro che appare irreversibile: basti pensare che i pochi nuovi agenti previsti da uno dei molti “decreti sicurezza” dovrebbero entrare in servizio solo nei primi mesi del 2026. E nulla, proprio nulla, è stato realizzato per affrontare le più gravi contraddizioni del sistema.

Non stupisce che in questo quadro così desolato esploda la violenza endemica che cova nelle strutture fatiscenti, nell’incattivirsi delle relazioni tra custodi e custoditi, nelle condizioni disumane di vita, nella congestione dei corpi, nel degrado degli spazi e nell’aggressività dei rapporti gerarchici. C’è una parte della classe politica che tutto ciò giustifica e blandisce: come il sottosegretario Del Mastro appoggiato dalla presidente del consiglio.

A una situazione di emergenza si deve rispondere con misure di emergenza. Da qui la proposta proveniente da giuristi, costituzionalisti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria, di un provvedimento di amnistia e indulto che ponga le condizioni per una più generale riforma del sistema. Si potrà scoprire, così, che la clemenza non è l’espressione di sentimenti filantropici e tanto meno, “la resa dello stato” come ha detto il ministro della giustizia Carlo Nordio. È, piuttosto, l’esito di un calcolo razionale del rapporto tra costi e benefici e un investimento lungimirante sulle garanzie - e sulla forza - dello stato di diritto.