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di Veronica di Benedetto Montaccini

The Post Internazionale, 13 maggio 2022

Al carcere la Costituzione assegna il compito di riabilitare e reinserire il reo in società. Perché ciò avvenga però i suoi spazi devono riempirsi di attività formative, lavorative e d’altro tipo. Quando ciò non avviene, oltre all’art. 27 della Costituzione, vengono violati i diritti individuali di cui ogni persona privata della libertà è detentrice.

Così come li si violano quando le dimensioni e le condizioni di quegli spazi non rispettano i criteri basici di dignità. La situazione nelle carceri italiane è drammatica e non sembra esserci all’orizzonte un bagliore di cambiamento. Esistono però degli istituti detentivi in cui sembra che le cose possano andare diversamente. In cui il percorso di riabilitazione può compiersi.

Si tratta di luoghi in cui si lavora per ridare dignità al detenuto e che permettono il pensiero di un’altra vita possibile.

Il penitenziario di Bollate - Tra questi c’è il centro penitenziario di Bollate. In questa casa circondariale milanese - inaugurata nel dicembre del 2000 come Istituto a custodia attenuata per detenuti comune - il fine rieducativo della pena incontra l’imprenditoria e l’informazione. “In galera” è il nome del ristorante che nasce da un’idea di Silvia Polleri e che fa del carcere di Bollate un esempio virtuoso, “un modello da estendere a tutte le carceri d’Italia”, come disse Laura Boldrini durante una sua visita nel 2017.

Perfetta incarnazione del finalismo rieducativo, è il primo ristorante mai aperto dietro le sbarre in Italia, in un contesto all’avanguardia dove da anni si rieduca praticando varie attività che vanno dalla musica alla cura dell’orto, dalla cura dei cavalli alla gestione della biblioteca. Il ristorante nasce per offrire ai detenuti, regolarmente assunti, la possibilità di apprendere la cultura del lavoro attraverso un percorso di formazione professionale e responsabilizzazione che li mette in rapporto con il mercato.

Il personale è formato completamente da carcerati e il menù comprende qualche piatto che ricorda ironicamente il tema della prigione come il risotto “evaso”. Ma non è tutto. Bollate ha dato vita anche a due progetti per raccontare la detenzione dall’interno: Carte Bollate, un bimensile diretto da Susanna Ripamonti dove una redazione mobile di 15-20 detenuti raccoglie idee, proposte, editoriali e cronaca da dietro le sbarre; e Tele Radio Reporter, laboratorio radiofonico che esiste da una quindicina di anni.

“Il giornalismo - ci spiega il responsabile del progetto Tele Radio Reporter - diventa uno strumento di catarsi per i detenuti. Un modo per esprimersi e vedere un futuro, per vedersi da una prospettiva diversa, per immaginare una nuova vita. E con il microfono in mano si aprono, si ripensano e iniziano a percepire il tempo libero non come una tortura, ma come un momento importante per cambiare”. Progetti di reinserimento lavorativo e sociale, dimostrazione di come negli istituti penitenziari debbano valere non solo l’articolo 27 ma tutti i singoli principi statuiti dalla Costituzione, compreso il primo secondo cui l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

Il carcere minorile flegreo - Sull’isola di Nisida, un piccolo atollo appartenente all’arcipelago delle isole Flegree, sorge l’omonimo carcere minorile. Qui la vita scorre lontana dal contesto urbano, vuoi anche per la posizione sui cui sorge l’istituto: è difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. In macchina, dalla stazione di Napoli, ci si arriva in circa 40 minuti.

L’isola e l’area che la attornia sono di rara bellezza, tanto che da anni si pianifica un trasferimento dell’istituto per far posto a impianti turistici. La struttura è composta da vari fabbricati, dislocati in una zona verde e a picco sul mare. Uno di questi ospita gli uffici della direzione e del personale amministrativo. In altri si trovano i reparti detentivi per ragazzi e ragazze.

Al di fuori delle mura di cinta vi è poi la palazzina per i ragazzi in articolo 21, coloro che lavorano all’esterno e che si gestiscono in maniera più autonoma. Questa sezione può ospitare non più di sei ragazzi essendo composta da due camere grandi da tre posti ognuna. Oltre alle camere di pernottamento la sezione è composta da spazi per le lavorazioni e laboratori artigianali. Come riporta anche l’Associazione Antigone, “le celle sono ampie e luminose.

I bagni sono in buone condizioni, ristrutturati di recente e acqua calda e riscaldamento sono sempre disponibili. Nelle stanze ci sono una tv, degli armadi e dei comodini. Le celle sono dotate anche dello spioncino che permette agli agenti di controllare. In un’ulteriore palazzina si svolgono le attività didattiche. Al suo interno si trova la biblioteca dell’istituto. È presente un teatro, voluto a suo tempo da Eduardo De Filippo, che però è chiuso per inagibilità. In ultimo, l’istituto comprende anche un edificio ulteriore, che ospita il Centro studi sulla devianza minorile, in origine animato da alcuni esperti in materia che svolgevano attività di ricerca e di analisi. Oggi, per mancanza di fondi, il centro ospita solo due studiosi”.

“Nisida è un carcere molto trasparente dove i giovani detenuti svolgono diverse attività, specialmente nella ristorazione: pizzeria, rosticceria, pasticceria. Ma anche ceramica e giardinaggio”. A raccontarlo è Pietro loia, garante dei detenuti del Comune di Napoli, che spesso ha avuto modo di visitare l’istituto. “Da come ho potuto appurare è un carcere all’avanguardia. Su 10 detenuti che escono da Nisida, 7 si salvano”.

Per un periodo di circa 4-5 anni l’istituto ha ospitato ragazzi con i quali era più difficile instaurare forme di dialogo e dare avvio a percorsi risocializzanti. Si trattava della cosiddetta generazione della “paranza”. Da circa un paio di anni questi ragazzi hanno lasciato l’istituto per fine pena o per essere trasferiti in istituti per adulti.

“I ragazzi della “paranza” se vorranno potranno fare un percorso”, prosegue loia. “In nessun carcere c’è un percorso obbligatorio, è una libera scelta. Deve essere un cambio di mentalità. Attualmente a Nisida vanno ragazzi con reati gravi ma forse con una maggiore propensione al cambiamento. Di recente ho visitato la struttura e ho incontrato un ragazzo che era tornato solo per trovare il direttore. È uscito quattro anni fa, si è sposato e oggi lavora. Questo è ciò a cui bisogna puntare”.