di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 22 novembre 2021
Femminicidi, storie ordinarie di cronaca con donne che denunciano e inutilmente chiedono aiuto: storie nere ma anche racconti di mancata Giustizia.
Reggio Emilia. Sono una donna sfinita dallo stalking di un uomo con il quale ho avuto una breve relazione e che, appena lasciato, ha cominciato a perseguitarmi. Chiedo aiuto, denuncio. Lo arrestano. Ma il giorno dopo lo rilasciano vietandogli di avvicinarsi a me. Lui naturalmente se ne infischia e si avvicina, viene arrestato di nuovo e dopo un paio di settimane ottiene gli arresti domiciliari. Tempi e processo veloce, lui finisce davanti al giudice. Il pubblico ministero e il giudice accettano l'idea di un patteggiamento: due anni e pena sospesa. La sospensione della pena è una prognosi positiva sul suo comportamento, giudice e pm avrebbero potuto decidere di non concederla, di dargli un tempo x di arresti domiciliari, e invece accettano di sospendere tutto e dargli fiducia. E in quello stesso momento decade, ovviamente, il divieto di avvicinamento precedente. Così lui è libero di andare dove gli pare, di farsi vedere sotto casa mia. Sono costretta a guardarmi le spalle, a rifiutare una, dieci, mille sue chiamate. Che farà? Dove sarà?, mi chiedo. Era lì, a seguirmi nei giardini pubblici. Aveva un coltello, e ha vinto lui. Mi chiamavo Juana Cecilia Hazana Loayza, avevo 34 anni.
Sassuolo. "Patti, stai tranquilla. Lui non farebbe mai una cosa del genere". Lo avevo detto mille volte alla mia amica che no, lui non ci avrebbe mai fatto del male. Né a me né ai suoi figli. Minacciava di ammazzarmi, è vero. Litigavamo di continuo, sì, ma prima o poi gli sarebbe passata. Me n'ero andata da poco, serviva solo un po' di tempo... Non è stato così. È arrivato con l'intenzione precisa di fare una strage e ci ha ammazzati tutti a coltellate: me, i nostri due bambini e mia madre. Ogni volta che qualcuno mi diceva di "fare qualcosa" a me veniva in mente la denuncia che avevo fatto contro l'altro, il padre della mia prima figlia.
Mentre ero incinta di lei, lui mi seguiva, mi aspettava sotto casa, mi aggrediva, mi diceva: ti pianterò un coltello nella pancia. Così un giorno ho chiamato la polizia. Era il 2010. Siamo arrivati all'udienza preliminare nel 2014. Nel 2016 il rinvio a giudizio, nel 2017 si è prescritto tutto. Secondo voi quanta fiducia potevo avere, io, nella Giustizia dopo quell'esperienza? Mi chiamavo Elisa Mulas, avevo 46 anni. È la cronaca di questi giorni. Storie nere. ma anche racconti di mancata Giustizia.









