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di Daniela Piana


Il Dubbio, 4 luglio 2020

 

Nel mondo della giustizia le misure anti Covid hanno generato l'inedita divaricazione fra funzioni e strutture fisiche con un utilizzo del digitale mai visto prima.

Non sono certo mancate le riflessioni sull'impatto dell'emergenza pandemica all'interno dei settori che, più di altri, hanno un significato diffuso, profondo e sistematico per la vita dei cittadini e per il benessere di comunità ed imprese. Nel mondo della giustizia poi, l'irrompere delle misure di contrasto al Covid- 19 hanno generato l'inedita e assolutamente imprevedibile esperienza della divaricazione fra funzioni e strutture fisiche attraverso un utilizzo del digitale mai visto prima nel Paese e, va detto, assai di rado osservato anche negli Stati Ue.

Così come della compressione delle libertà individuali che si intersecano con l'esercizio della giurisdizione, ordinaria, amministrativa, contabile. Parlare di una rivoluzione non è opportuno né tempestivo. Come sappiamo tutti per averlo sperimentato sia nel perimetro del nostro microcosmo professionale individuale, sia nello spettro della nostra osservazione esperta del sistema "giustizia", affinché vi sia un cambiamento rivoluzionario occorre che le cose mutate in un determinato momento si protraggano nel tempo e si trasformino in caratteristiche strutturali permanenti. Insomma, per dire che la pandemia ha catalizzato cambiamenti epocali occorre che passi il tempo e che, soprattutto il nuovo diventi il "nuovo normale".

Con cosa ci interfacciamo oggi? Va detto che le molte misure prese per rispondere all'emergenza sanitaria si sono innestate su un sistema giustizia che già era attraversato da molte traiettorie di riforma, di cambiamento. Fra le quali lo sviluppo degli applicativi della giustizia penale, la revisione delle piante organiche, la messa a regime delle modalità di gestione delle spese di funzionamento, una sistematica modalità sussultoria in materia di riforma del diritto processuale e sostanziale che caratterizza il nostro Paese in modo endemico.

Insomma, non è che il sistema giustizia sia digiuno di cambiamenti. Ma il Covid, per dirla in modo semplice, ha fatto "di più": ci ha obbligato a discutere delle libertà che sono la base fondante e il risultato sostantivo del giusto processo. Nessun processo sarà mai giusto senza che vi sia una prevedibile, intelligibile, chiara, sostenibile e omogenea (gli aggettivi ci vogliono tutti) tutela delle libertà della persona, alla qual cosa concorrono, come fattori concomitanti, sia le procedure, sia l'ordinamento, sia - ed è questo il punto sul quale mi preme dire - le professionalità che vivono le norme, che le rendono azioni.

Mentre infatti in uno scenario di manutenzione del sistema il nesso fra norme e attori si configura come una combinazione di un margine di azione, dentro a un set di vincoli, opportunità di azione, corridoi processuali che si seguono, in uno scenario dove molto - anche se per brevissimo periodo - è stato sobbalzato in uno spazio - tempo caratterizzato da sospensione, dematerializzazione, urgenza nella risposta ad una domanda di tutela plurima, che per la prima volta chiede di coniugare in via non derogabile salute delle persone, libertà processuali, omogeneità di trattamento per tipologie di riti, anche attraverso territori che sono stati diversamente toccati dalla pandemia. E, cosa ancora più significativa, lungimiranza nella prospettazione di risposte adatte alle fasce vulnerabili che la pandemia avrà reso ancora più fragili.

Ebbene in questo scenario il nesso fra attori e quadro delle norme viene completamente cambiato. Le persone contano, pesano, fanno la differenza nel creare un "nuovo normale", una nuova modalità operativa in modo immensamente più ampio di quanto non sia mai accaduto. Ecco allora che ci sono cose di cui abbiamo un vitale bisogno: proiettarsi nella giustizia come sistema di domani con le spalle cariche delle fatiche degli ultimi mesi: ma anche la mente consapevole delle moltissime potenzialità di miglioramento che il cambiamento emergenziale ci ha obbligato a testare. Significa che ognuna delle professionalità che hanno qualcosa da portare ad una visione di insieme è preziosa ed imprescindibile. Abbiamo bisogno di sentirci un Noi. Ma non un noi dentro ai singoli segmenti delle professionalità: magistrati, avvocati, personale amministrativo, dirigenza, personale ausiliario, ecc. No, abbiamo bisogno di sentirci Noi tutti. Perché solo e soltanto mettendo insieme ciò che ognuno ha sperimentato, visto, vissuto, sofferto e sognato sarà possibile non tanto disegnare il sistema giustizia migliore fra i migliori possibili, quanto essere certi che il disegno sarà davvero reso azione vivente ogni giorno, che le riforme saranno davvero vita organizzativa, che le modifiche che si intendono apportare non saranno promesse, ma saranno fatti. E i fatti, si sa, li compiono le persone.

Ci sono in questo contesto cose che non ci possiamo permettere. Il conflitto radicale, la resistenza al dialogo per petitio principii: questi sono atteggiamenti che non sono solo perniciosi, sono un lusso che il Paese non può permettersi e che il sistema giustizia non merita di patire. A ben guardare, nel silenzio mediatico, moltissime donne e moltissimi uomini si sono dedicati a trovare soluzioni, a inventarsi possibilità che prima nemmeno erano immaginabili perché di giustizia si potesse parlare anche in una situazione da "stato di emergenza".

Ebbene, abbiamo un disperato bisogno che tutti, ma proprio tutti, aderiscano ad una idea di Noi, critica, plurale, dialettica, ma nella consapevolezza, senza alcuna forma di cedimento, che il sistema giustizia che dobbiamo dare al cittadino - cioè a noi tutti - è un sistema che nasce dalla costruzione condivisa. Suonano come parole buoniste? Non lo sono, sarebbe troppo facile liquidarle come un "troppo bello" per portersi realizzare. La divisione e la separatezza delle arene di dialogo, il corporativismo, qualsiasi forma esso possa assumere, non ci saranno di alcun aiuto per fare del sistema giustizia il macro cosmo in cui desideriamo tutti operare al meglio per il bene dell'Italia. Facciamolo dunque questo noi. È tempo, ora.