di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 20 marzo 2025
Un morto dopo l’altro dentro quel buco nero che ci ostiniamo a chiamare carcere. Un conteggio macabro che non ha finora spostato di una virgola l’indifferenza di chi ci governa. Si ammazzano gli italiani, gli stranieri, i giovani, gli adulti. Si è ammazzata anche una donna. Ci si ammazza al nord e al sud, all’inizio e alla fine della pena. Ai ventuno morti suicidi se ne aggiungono tanti altri che muoiono per cause da accertare o che non saranno mai accertate. Molte morti sono archiviate per causa naturale, nonostante l’età media dei detenuti trovati senza vita nelle prigioni d’Italia è di circa quarantatré anni, dunque più o meno quando una persona libera si trova nel cuore della sua esistenza. Morti che non provocano reazione emotiva nei tanti uomini di potere che si professano cattolici. Morti senza nome, morti che le famiglie sanno a stento come e quando hanno perso la vita. Questo è il segno di un vero e proprio cinismo di Stato, ingiustificabile, disumano.
Di tutte queste morti veniamo a sapere solo per un comunicato di un’organizzazione sindacale o per circostanze estemporanee. Non c’è quasi mai trasparenza nel racconto istituzionale di quella morte e gli operatori di periferia sono soli, nelle loro fatiche, nella loro disperazione. Vengono lasciati alla mercé di chi dall’alto degli incarichi di governo li sollecita, con parole truci, a non far respirare le persone detenute. Delle carceri sappiamo purtroppo tutto. Sappiamo che ci sono quindicimila persone in più rispetto alla capienza regolamentare. Sappiamo che ci sono carceri dove non c’è spazio per stare in piedi in cella e dove il numero di detenuti è doppio rispetto a quello previsto: da San Vittore a Milano sino a Regina Coeli a Roma, fino a Foggia dove si è tolto la vita un signore italiano ieri, a due giorni dall’ingresso in carcere. Sappiamo che il sistema penitenziario minorile è al collasso per la prima volta da decenni, a causa delle nuove norme volute dal governo con il cosiddetto decreto Caivano: ragazzi che dormono per terra, psicofarmaci a iosa, proteste. Il personale è allo stremo. La risposta è sempre e solo il pugno di ferro. I poliziotti sono tornati a indossare le divise negli istituti per minori.
Molte carceri versano in condizioni intollerabili. A Sollicciano a Firenze vi sono infiltrazioni e muffa ovunque. In molte celle manca il mobilio, la luce, e nel corridoio della seconda sezione dopo il tramonto il personale si muove con le torce. A Regina Coeli a Roma vi sono persone che non avevano a disposizione un tavolino su cui poggiarsi per mangiare, che erano senza coperte, posate o altri beni di prima necessità. A Modena il vecchio padiglione è fatiscente, con cimici, sporco, mobilio gravemente danneggiato e porte arrugginite.
Di fronte a una popolazione detenuta composta prevalentemente da persone vulnerabili la risposta istituzionale è stata la chiusura generalizzata nelle celle. I detenuti sono così costretti a stare in luoghi malsani sino a venti ore al giorno. Il Parlamento, giustamente sollecitato dalle opposizioni a occuparsi della questione carceraria (una seduta straordinaria si terrà oggi alla Camera), non deve lasciare il carcere, i detenuti e gli operatori nelle mani del solo Governo, di chi ha mostrato indifferenza e cinismo, di chi non piange i morti e pensa che il detenuto sia un bersaglio da eliminare. Il sistema penitenziario deve respirare. Vanno prese decisioni straordinarie e coraggiose, non necessariamente popolari, per ridurre drasticamente i numeri nelle carceri per adulti e in quelli per ragazzi. Non lasciateli morire, ammalare, uno ad uno. Sarebbe criminale.
*Presidente dell’Associazione Antigone











