sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Rosario Russo*

Il Dubbio, 11 aprile 2022

La forza di legge è impressa dal Parlamento, i cui membri sono eletti democraticamente dal Popolo sovrano, con l’intermediazione dei partiti. I parlamentari non sono mandatari degli elettori, ai quali rispondono soltanto al momento dell’elezioni (c.d. responsabilità politica). L’applicazione della legge spetta all’ordine giudiziario, governato dal C.S.M. per assicurare l’indipendenza dei magistrati ordinari da ogni altro potere.

Essi sono servi soltanto della legge, (per dirla con Cordero) sono ‘condannanti’ ad interpretare la legge, quale dettata dal Parlamento, per applicarla al caso concreto. Il principio della separazione dei poteri fa sì che nell’esercizio della giurisdizione non possano - e non debbano influire altre istituzioni, corpo elettorale, governo e partiti compresi. Pertanto l’amministrazione della carriera e la funzione disciplinare sui magistrati sono riservati al C.S.M., i cui membri sono nominati infatti dai magistrati stessi (per due terzi), in modo da rispecchiare le loro specifiche funzioni (giudici di merito, requirenti e giudici di legittimità), ma anche dal Parlamento (per un terzo). Ne fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Suprema Corte, a tali incarichi nominati dallo stesso C.S.M., che è presieduto dal Capo dello Stato.

Dovendo assicurare l’indipendenza dei magistrati ordinari, il C.S.M. non può che essere altrettanto indipendente da ogni altra istituzione, istanza o pressione. La sua funzione è istituzionalmente difensiva e protettiva: non ha altro scopo se non quello di assicurare che i magistrati siano servi soltanto della legge e rispettino - facendo rispettare perciò esclusivamente la volontà del Popolo sovrano, inverata e oggettivata nella Legge.

La magistratura, in conclusione, non può essere indipendente e autonoma se non lo sia in primo luogo - e soprattutto - il C.S.M. La dialettica partitica-politica - dopo avere partorito la legge - resta ugualmente estranea tanto all’attività decisoria dei giudici quanto alle funzioni svolte dal Consiglio Superiore della Magistratura. La politica ha ragioni e metodi, compreso il “sistema spartitorio” studiato da G. Amato, che la giurisdizione non può. e non deve - condividere. Soltanto a queste condizioni “la magistratura può costituire un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art, 104 Cost.).

Parodiando Pasolini, tutti ...sappiamo e ...abbiamo perfino le prove inconfutabili dell’anti “Sistema Palamara”! Colto in flagranza di reati (art. 323) e di violazioni disciplinari (gravissimi, reiterati, sistematici e continuati) il dott. Luca Palamara, anziché contestare gli addebiti, ha osato esaltare e magnificare la propria funzione di pontiere e mediatore, in quanto membro togato del C.S.M., tra le correnti dell’A.N.M., i membri laici del Consiglio stesso e gli apparati politici, in spregio alla legge ed in danno dei tanti magistrati privi di appoggi correntizi.

Davvero difficile immaginare in astratto una condotta così patentemente eversiva della Costituzione, un esercizio di tracotanza così devastante! L’interprete deve prendere atto del suo enorme successo editoriale, mediatico e popolare, nonostante la sua radiazione dall’Ordine e dall’A.N.M., ma non può fare a meno di studiarne le cause. Per comprenderle è essenziale fare il punto sulla situazione scaturita dall’anti “Sistema Palamara”. Dopo tre anni risultano sanzionati soltanto i magistrati in servizio che parteciparono alla cospirazione svoltasi nella “notte della Magistratura” e tra di essi soltanto Palamara è stato radiato dall’ordine. Invece né Palamara né taluno dei tanti magistrati protagonisti delle ‘raccomandazioni’ immortalate dalle famose chat sequestrate è stato mai punito.

Ben vero, dopo il loro sequestro la Procura perugina le ha trasmesse al P.G. presso la Suprema Corte, al C.S.M. e perfino all’A.N.M., senza indagare se esse costituissero prova del delitto (tentato o consumato) di abuso d’ufficio (artt. 110 e 323 c.p. nell’interpretazione datane da Cass. Pen. sent. n. 442 del 2021, pag. 5.). E così, mentre con analoga imputazione al Tribunale di Catania sono in fase dibattimentale due processi penali per le ‘raccomandazioni’ con cui i docenti universitari si scambiavano favori per le nomine accademiche, il documentatissimo e omologo sistema spartitorio all’interno del C.S.M., cioè per l’appunto l’anti “Sistema Palamara”, è rimasto impunito, sebbene aborrito dalla Costituzione. Non basta: radiato solo Palamara (a diverso titolo), niente è rimasto intentato per impedire che gli altri magistrati implicati fossero a qualunque titolo puniti.

Ricevute le chat, il P.G. presso la Suprema Corte emana un editto con cui assume che le autopromozioni, cioè le raccomandazioni dirette dal magistrato a Palamara, non costituiscono violazione dell’obbligo disciplinare di correttezza. Non può farlo perché chi per legge è tenuto, come il P.G., ad esperire l’azione disciplinare, non è legittimato a perimetrare autonomamente il proprio obbligo. Non solo, ma perfino il C.S.M. e le Sezioni Unite hanno (ovviamente) respinto la tesi del P.G. Il quale, intanto con un altro editto, decide di avere anche il potere di segretare l’archiviazione perfino rispetto al C.S.M. Il risultato: nessuno può sapere quante e quali autopromozioni ed eteropromozioni (raccomandato raccomandante raccomandatario siano state archiviate: top secret. Anche il Consiglio Superiore della Magistratura si attiva), ma in modo decisamente improprio. Niente è più doloso di una raccomandazione. Tuttavia le famose chat vengono esaminate dal C.S.M. nell’ambito vistosamente improprio del procedimento amministrativo per incompatibilità ambientale e funzionale; e siccome esso presuppone una condotta incolpevole, è inevitabile l’archiviazione.

Infine i Probiviri dell’A.N.M., faticosamente ottenute le chat, cominciano a vagliarle. Ma l’associazione consente agli indagati di dimettersi per eludere la sanzione endoassociativa, in palese contrasto con le clausole dello statuto. Per gli indagati che non si dimettono, archiviazioni dei Probiviri e condanne del C.D.C. sono dichiarate inaccessibili perfino ai soci. Infine, nonostante le autorevoli raccomandazioni del Presidente della Repubblica, il Legislatore ha abbozzato riforme inidonee a neutralizzare l’anti “Sistema Palamara”.

Esploso il caso Palamara, la stessa magistratura associata aveva doverosamente riconosciuto che il sistema spartitorio attuato da Palamara è causato dalla “cinghia di trasmissione” che unisce i vertici dell’A.N.M. ai membri togati del C.S.M., sicché è necessario tagliare alla radice tale cordone ombelicale. Ebbene, i conditores hanno deciso d’ignorare, in sede di riforma, che precise disposizioni del codice etico (art. 7 bis) e dello statuto (art. 25 bis) dell’A.N.M sono ora finalizzate ad interrompere il perverso predominio delle correnti associative sul C.S.M., che alimenta il sistema spartitorio-correntizio. La tanto attesa riforma legislativa non ha inteso assecondare neppure la tardiva - ma benefica ‘riconversione’ all’indipendenza dei magistrati associati.

Tutti coloro che ne avevano il dovere hanno esaminato e vagliato; nessuno risulta avere sanzionato o apprestato rimedi. Il magistrato illegittimamente raccomandato o raccomandante (in pregiudizio dell’ignaro dott. Nessuno) non è il “soldato Ryan” ma è salvo. Non lo è l’Ordine giudiziario. E l’Utente finale della Giustizia lo sa a tal punto che, costretto a scegliere, opta (con malcelata sofferenza) per Palamara. Si, certamente egli è colpevole per avere introdotto nella Giurisdizione il metodo spartitorio-correntizio, ma ... ‘almeno’ - così commenta il cittadino - ha ‘pagato’ in prima persona con la radiazione dall’ordine. I suoi tanti correi invece hanno evitato qualunque sanzione e sono rimasti nei loro ambiti uffici.

Soprattutto l’ordinamento - in tutte le proprie sfaccettature (repressive e riformatrici) - si è guardato nello specchio del diritto e - con compiacimento - si è assolto (o graziato), dimostrando così per tabulas che quello intestato a Palamara non è l’anti “Sistema Palamara”, ma il vero, unico, incontrastato e vittorioso “Sistema”.

Palamara non viene acclamato per le sue gesta, ma soltanto perché - a suo confronto - ben peggiori si sono rivelati il sistema giuridico e i tanti suoi correi. E così che paradossalmente l’artefice del sistema spartitorio prevale (non solo mediaticamente) non per virtù propria, ma per i più gravi demeriti dei suoi correi e dell’intero sistema che ha denunciati. Nessuno sembra accorgersi che i suoi successi editoriali testimoniano il “grido di dolore” dell’Utente finale della Giustizia, quale soltanto Much ha saputo riprodurre sulla tela.

*Già Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione