di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 19 aprile 2025
Condannato a cinque anni e mezzo di carcere, a conclusione di un processo a porte chiuse, perché ritenuto con altri tre giornalisti appartenenti ad una “organizzazione estremista” che in realtà sarebbe la “Fondazione anti-corruzione” creata da Navalny. “Papà è in viaggio per lavoro”, dicono a Mira, la figlia di Sergey Karelin, uno dei quattro giornalisti russi (gli altri sono Antonina Favorskaya, Konstantin Gabov e Artyom Kriger) condannati nei giorni scorsi a cinque anni e mezzo di carcere - a conclusione di un processo a porte chiuse - perché ritenuti appartenenti ad una “organizzazione estremista” che in realtà sarebbe la “Fondazione anti-corruzione” creata da Aleksei Navalny, l’oppositore di Putin ucciso in un carcere speciale siberiano nel febbraio 2024. Per il Cremlino informare è proibito, documentare le attività di un gruppo dissidente è un reato grave.
“Ho sempre avuto il desiderio di raccontare la vita nel mio Paese e sono stato sempre sinceramente interessato ad ascoltare le opinioni non filtrate della gente”, racconta Karelin, che ha iniziato a lavorare nel videogiornalismo dal 2004. Sia lui che Gabov, arrestati entrambi nell’aprile 2024, hanno collaborato con Deutsche Welle, il cui direttore generale Peter Limbourg ha denunciato la grave violazione dello stato di diritto compiuta dal tribunale di Nagatinsky Zaton. “Ogni giorno trascorso in carcere dai quattro - ha dichiarato - è un giorno di troppo”. Secondo i dati di Reporters sans frontières citati dall’emittente pubblica tedesca (che è stata costretta nel 2022 a chiudere la sua sede di Mosca e si è dovuta trasferire a in Lettonia) la Russia è al centossentaduesimo posto, su 180, nell’indice globale sulla libertà di stampa e almeno 37 giornalisti sono stati assassinati da quando Putin è al potere.
Se tutto questo è vero, come purtroppo lo è, non resta che dare voce a Karelin, del quale il giornale indipendente on-line The Moscow Times pubblica una coraggiosa memoria difensiva: “Voglio che questo sia un Paese dove le persone non siano perseguitate per le loro idee, non siano etichettate come una “quinta colonna” o trasformate in bersagli per gli altri. Sono per la libertà di espressione, per il diritto di parlare liberamente e per il diritto dei media di mostrare cosa sta accadendo in Russia. Sogno un futuro in cui i giornalisti possano lavorare senza censure e pressioni”. C’è anche un pensiero, naturalmente, per la sua bambina “Non so - dice a se stesso e al mondo - quando potrò rivederla”.











