osservatoreromano.va, 5 ottobre 2022
L’incontro tra Dostoevskij e il giovane Alej nella prigione siberiana di Omsk. Uscito a puntate tra il 1861 e il 1862 sulla rivista “Vremja”, le Memorie da una casa di morti di Dostoevskij si presentano come la descrizione romanzata dei quattro anni di lavori forzati, trascorsi in Siberia dallo scrittore (1849-1854) in seguito alla condanna per l’affaire Petraševskij (il sospetto era quello di una congiura antizarista). La critica contemporanea fece presto ad accostare le cupe atmosfere della prigione a quelle dell’Inferno dantesco (Herzen). Solo Turgenev, nel ringraziare l’autore per l’invio di alcune puntate delle Memorie, ci tenne a sottolineare “la fine e sicura psicologia” dei personaggi che vi erano rappresentati (lettera del 7 gennaio 1862; in Letopis’ žizni i tvorčestva F.M.D., t. 1, p. 329; tutte le traduzioni sono di chi scrive).
Nelle Memorie c’è il degrado, l’orrore, tutto un campionario umano degno delle Malebolge, con la differenza non da poco, come notava Meljukov, che “qui è tutto vero” (Letopis’, cit., t. 1, p. 366). Eppure fin dal primo mese di permanenza, già dalle impressioni iniziali, Dostoevskij non manca di segnalare anche quello che di buono vi aveva trovato e che probabilmente gli aveva permesso di sopravvivere a quegli anni durissimi: “Credo sia possibile immaginare - racconta lo scrittore - che abili ladri ci fossero là. A me un carcerato, un uomo che mi era sinceramente affezionato (lo dico senza alcuna forzatura), rubò la Bibbia, l’unico libro che era permesso avere in galera; egli stesso me lo confessò quello stesso giorno, non per pentimento, ma per compassione verso di me, perché a lungo l’avevo cercata” (PSS 4,18).
Il lato umano (quello che notava Turgenev) è sempre anche quello che Dostoevskij va cercando ed è anche ciò che lo salva dallo squallore. Nel suo ultimo romanzo, I fratelli Karamazov, avrebbe fatto dire allo starec Zosima, rivolto ad Aleša, queste parole lapidarie: “Eccoti il mio testamento: nel dolore cerca la felicità” (PSS 14,72). Una frase in cui è concentrata tutta l’esperienza di vita di Dostoevskij, una sapienza maturata negli anni, nelle difficoltà, nel dolore, una educazione lenta che gli aveva insegnato a intravedere nel buio un raggio di luce, nella notte l’avvisaglia dell’alba.
Da questi chiarori sono continuamente attraversate Le memorie da una casa di morti. Esse sono una testimonianza della grazia che viene e che salva. Non della grazia concessa dalla legge, di cui egli non avrebbe goduto neanche un po’, ma della grazia sovrannaturale che insegna a vedere il sole anche di notte.
Un’altra prova di ciò Dostoevskij la offre nel tratteggiare la figura del giovane Alej. Come ci fosse capitato questo ragazzo, un tartaro del Daghestan, insieme a due suoi fratelli più grandi nella prigione siberiana di Omsk, non era chiaro neppure al narratore. Il più giovane aveva risposto di sì all’appello dei congiunti ad andare con loro “a un certa spedizione”, senza neppure chiedere di cosa si trattasse: “Il rispetto verso i maggiori nelle famiglie dei montanari è così grande che egli non solo non ardì, ma neanche pensò di chiedere dove fossero diretti” (PSS 4,51). La verità era che stavano andando a fare una rapina, in cui restò ucciso, insieme a tutta la sua scorta, anche il depredato, un ricco mercante armeno. Tuttavia i colpevoli furono presto scoperti e affidati alla giustizia penale e tra di loro c’era anche l’ignaro Alej che senza sapere come si era trovato nel reclusorio insieme ad altri due fratelli “i quali lo amavano molto e più di un amore paterno che fraterno” (ib.).
Il carattere del giovane aveva qualcosa di straordinario in quella prigione dove c’erano bruttissimi ceffi e criminali di ogni sorta. Ricorda infatti lo scrittore che sarebbe “difficile immaginarsi come questo ragazzo per tutto il tempo dei lavori forzati avesse potuto serbare in sé una tale dolcezza di cuore, nutrire una tale severa onestà, una tale cordialità e simpatia, senza abbrutirsi e depravarsi” (PSS 4,52).
Tutta la figura di Alej è costruita in modo tale da rappresentare un modello di vita anche per chi teneva quel diario. Si tratta di una consapevolezza espressa chiaramente in un passaggio delle Memorie: “Mi si mostrò come un giovane di un’intelligenza non comune, estremamente modesto e delicato, e anche già molto giudizioso. Anzi dirò in anticipo: io considero Alej come un essere assolutamente non comune e ricordo l’incontro con lui come uno dei migliori incontri della mia vita” (ib.).
È inutile dire che molti dei tratti morali del giovane Alej è possibile ritrovarli più tardi nel profilo umano del principe Myškin, il protagonista de L’idiota (1869). Tuttavia a rendere ancora più verità a questa figura è il ricordo che Dostoevskij ne conserva in una lettera spedita al fratello Michail il 22 febbraio 1854, poco prima di lasciare definitivamente Omsk alla volta di Semipalatinsk dove lo attendevano altri cinque anni di castigo come soldato semplice al servizio dell’esercito dello zar. In questa missiva egli, oltre a ricordarne le doti, riprende anche un altro dettaglio contenuto nelle Memorie e cioè che gli aveva insegnato “a leggere e a scrivere” (PSS 28/1,172). Il libro su cui apprende a leggere è proprio quel Vangelo della Siberia, ricevuto in dono a Tobol’sk dalle mogli dei decabristi, che lo avrebbe accompagnato fino alle sue ultime ore di vita.
“Cominciammo - racconta lo scrittore - già la sera seguente. Io avevo una traduzione russa del Nuovo testamento, un libro non proibito in carcere. Senza abbecedario, su un unico libro, Alej in alcune settimane imparò a leggere ottimamente. Dopo circa tre mesi già capiva completamente la lingua letteraria. Studiava con fervore, con passione” (PSS 4,53).
In questo passaggio oltre a notare il riaffiorare del testo sacro, cosa che sarà una costante nell’opera dostoevskijana, è anche il caso di sottolineare l’alternativa che egli propone al modo con cui veniva intesa all’epoca la correzione penale. Poco prima infatti aveva detto che “le carceri e il sistema dei lavori forzati non correggono il delinquente; essi lo puniscono soltanto”. E anche i risultati che si ottengono sono assai discutibili. Una carcerazione concepita così “succhia all’uomo la linfa vitale, gli fiacca l’anima, la impaurisce per poi presentare una mummia inaridita moralmente, un mezzo pazzo, come campione di correzione e di pentimento” (PSS 4,15).
Ecco nel 1850 il “forzato” Dostoevskij pensava a un’alternativa “pedagogica” al tradizionale sistema penale, insegnando a leggere al detenuto Alej, e giocando così d’anticipo anche rispetto ai bisogni di una società in cui l’analfabetismo era un problema molto serio. Non a caso non appena tornato a San Pietroburgo nel 1860 pubblicherà un saggio, poco noto al grande pubblico, intitolato Cultura del libro e alfabetizzazione [Knižnost’ i gramotnost’; PSS 19,5-57], il cui tema sarà quello di sviluppare la diffusione del libro attraverso la scoperta del piacere della lettura. Proprio come accade ad Alej quando in carcere legge il Vangelo della Siberia.










