di Luca Cereda
Famiglia Cristiana, 4 settembre 2026
Don David Riboldi, cappellano a Busto Arsizio, racconta cosa accade dietro le sbarre e perché lavoro, relazioni e dignità sono anche strumenti di sicurezza. C’è un momento, entrando in un carcere, in cui il numero smette di essere un numero. Non sono più 65.661 detenuti, come quelli presenti nelle carceri italiane al 31 agosto. Non sono più il 142,1 per cento di sovraffollamento, né i 19.468 posti che mancano rispetto alla capienza effettivamente disponibile. Diventano persone. Volti. Attese. Richieste rimaste senza risposta. Famiglie che aspettano una telefonata. Agenti che fanno doppi turni. Educatori che devono dividere il proprio tempo tra centinaia di detenuti.
È questa la realtà che racconta don David Maria Riboldi, 44 anni, cappellano della Casa circondariale di Busto Arsizio. Da otto anni entra quasi ogni giorno nel carcere. Ma non si limita a entrarci: con la cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, nata nel 2019 proprio da una sua intuizione, prova a costruire fuori dalle sbarre ciò che dentro rischia di andare perduto: relazioni, lavoro, responsabilità, futuro. Perché il carcere, dice, non è soltanto il luogo in cui una persona sconta una pena. È anche il luogo in cui lo Stato dovrebbe prepararla a tornare cittadina. E oggi, invece, quella macchina sembra inceppata.
La fabbrica dell’attesa - I numeri fotografano un’emergenza che non è più soltanto emergenza. Al 31 agosto nelle carceri italiane c’erano 65.661 detenuti, 868 in più rispetto a luglio. La capienza effettivamente disponibile nei 189 istituti penitenziari era di 46.193 posti: quasi ventimila persone oltre la disponibilità reale. Il tasso medio di sovraffollamento è arrivato al 142,1 per cento, il livello più alto mai raggiunto. In 85 istituti supera il 150 per cento; in alcuni, come Lucca, San Vittore a Milano e Foggia, supera il 220 per cento.
Non è soltanto una questione di letti, celle e metri quadrati. È una questione di tempo. “Il sovraffollamento diventa un ostacolo per il personale stesso a gestire ciò che dovrebbe essere un normale accompagnamento delle persone”, racconta don David. A Busto Arsizio, spiega, circa 440 detenuti devono essere seguiti da appena quattro educatrici. Il risultato è una lenta trasformazione del carcere in una fabbrica dell’attesa: una richiesta, una domanda, un documento possono rimanere sospesi per settimane. Non necessariamente perché qualcuno abbia deciso di ignorarli, ma perché il sistema non riesce più a stare dietro a tutto.
E quando una persona è già abituata, prima ancora di entrare in carcere, a sentirsi abbandonata, quell’attesa può assumere un significato devastante. “Le persone che già vengono da un vissuto di abbandono extra murario” finiscono per sentirsi confermare, dice don David, di essere “un continente per nessuno”. È forse qui che il sovraffollamento rivela il suo volto meno visibile. Non soltanto corpi stipati nello stesso spazio, ma diritti che rallentano, relazioni che si consumano, operatori costretti a rincorrere l’emergenza invece di accompagnare le persone. Nel secondo semestre del 2025, racconta il cappellano, nel carcere di Busto Arsizio si sono registrati 1.155 episodi critici: risse, aggressioni, autolesionismo, incendi, insulti agli agenti. Una media di circa sei episodi al giorno. “Lo straordinario è diventato l’ordinarietà”.
Don David racconta la storia di un detenuto che aveva chiesto per mesi di essere avvicinato alla propria famiglia, che viveva nel Bresciano. Voleva rendere più facile alla moglie portare la figlia piccola a trovarlo. La richiesta era stata respinta. Ma nessuno glielo aveva comunicato. Poi una sera il ragazzo diede fuoco alla sezione. Il giorno dopo, chiamato a rispondere di ciò che aveva fatto, pose una domanda semplice: perché nessuno gli aveva detto che quella richiesta era stata respinta? Non è un’assoluzione. Non lo deve essere. Ma è un racconto che mostra un’altra faccia della detenzione: il punto in cui una procedura amministrativa, una risposta che tarda, una comunicazione che non arriva diventano materia umana.









