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di Maria Di Poppa

giornalelavoce.it, 14 settembre 2026

In Italia sono 65.661 per 51.220 posti regolamentari. A Torino 1.559 persone sono recluse in un istituto da 1.119 posti. Il punto, secondo l’Osapp, non sono gli 88 detenuti sottoposti al 41-bis trasferiti in Sardegna. E neppure la necessità di mantenere un regime speciale per impedire ai vertici delle organizzazioni criminali di continuare a impartire ordini dall’interno delle celle. Il problema è ciò che quel trasferimento, secondo il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria, finisce per raccontare dell’intero sistema carcerario italiano: strutture sempre più piene, personale insufficiente, detenuti con bisogni profondamente diversi concentrati negli stessi circuiti e un’emergenza che rischia di trasformarsi lentamente nella normalità.

A sollevare la questione è Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, dopo che il trasferimento dei detenuti al carcere di Uta, vicino a Cagliari, è finito anche sulle pagine della stampa britannica. Il Times ha raccontato la concentrazione dei reclusi al regime speciale nell’isola richiamando le polemiche della presidente della Regione Alessandra Todde, mentre anche il Sun ha dedicato spazio all’operazione. “Ci voleva la stampa britannica per mostrarci dall’estero ciò che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria continua a non vedere”, attacca Beneduci.

Il sindacato precisa immediatamente il terreno della contestazione: “Non contestiamo il 41-bis. Contestiamo un metodo che concentra uomini e problemi senza governarne fino in fondo le conseguenze”. È una distinzione importante. Il regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario è uno degli strumenti fondamentali utilizzati dallo Stato per interrompere le comunicazioni tra i vertici mafiosi detenuti e le organizzazioni criminali all’esterno. La polemica riguarda invece la scelta di concentrare un numero crescente di detenuti ad altissima sicurezza in pochi istituti e, parallelamente, il modo in cui viene amministrata la popolazione detenuta ordinaria.

Il trasferimento in Sardegna è stato imponente. Tra il 5 e il 6 settembre sono stati portati a Uta 88 detenuti al 41-bis. L’operazione ha coinvolto nove istituti penitenziari e più di 220 appartenenti alla Polizia penitenziaria, oltre a mezzi aerei della Guardia di finanza, Polizia di Stato e carabinieri. I detenuti trasferiti provenivano, tra gli altri, da Viterbo, Terni, Milano, Roma, L’Aquila e Spoleto. Le sezioni 41-bis di Viterbo e Terni sono state completamente chiuse, liberando spazi negli istituti della Penisola. Per il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, l’operazione ha rappresentato invece la prova della capacità organizzativa dello Stato e della professionalità della Polizia penitenziaria. Il nuovo reparto di Uta è stato ristrutturato appositamente per ospitare detenuti di elevata pericolosità ed è affidato alla vigilanza del Reparto operativo mobile di Cagliari. Il governo considera la concentrazione dei detenuti al 41-bis uno strumento per rafforzare isolamento e sicurezza e, contemporaneamente, recuperare spazi nelle altre carceri.

È proprio qui che l’Osapp apre però un fronte diverso. Secondo Beneduci, la Sardegna sarebbe soltanto “la fotografia più visibile di una crisi molto più profonda”. La critica più dura riguarda una soglia che, sempre secondo quanto riferisce il sindacato, sarebbe considerata raggiungibile nelle indicazioni dell’amministrazione: il 150% della capienza. “Se una direttiva del Dipartimento assume il 150% come soglia di presenze detentive raggiungibile, il messaggio è semplice: il sovraffollamento non viene più combattuto, viene normalizzato”.

I numeri nazionali aiutano a comprendere la dimensione del problema. Al 31 agosto 2026, secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, nelle 189 carceri italiane erano presenti 65.661 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare complessiva di 51.220 posti. Considerando soltanto questi due dati, significa oltre 14 mila detenuti in più rispetto alla capacità teorica e un tasso di occupazione superiore al 128%. Ma il dato reale è peggiore perché una parte dei posti conteggiati formalmente non è concretamente utilizzabile, per lavori, problemi strutturali o sezioni chiuse.

Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, utilizzando i posti effettivamente disponibili, ha calcolato nel corso dell’estate un tasso reale di sovraffollamento del 139,79%. Su 189 istituti, 69 superavano il 150% e sette addirittura il 200%. Soltanto 27 strutture risultavano sotto la propria capienza. È quindi su questo sfondo che assume peso l’espressione utilizzata dall’Osapp: il timore che una situazione eccezionale venga progressivamente considerata ordinaria.

E il Piemonte non è affatto estraneo al problema. Al 31 agosto nelle 13 carceri della regione risultavano 4.445 detenuti per 3.978 posti regolamentari. Ma è soprattutto il Lorusso e Cutugno di Torino a offrire una fotografia impressionante della situazione. I dati del Ministero aggiornati al 10 settembre indicano 1.559 detenuti per 1.119 posti regolamentari, 21 dei quali risultano peraltro non disponibili. In termini pratici significa circa 440 persone oltre la capienza teorica, con un affollamento vicino al 140% rispetto ai posti regolamentari e ancora maggiore se si considerano soltanto quelli concretamente utilizzabili.

Soltanto pochi giorni fa, proprio nel carcere torinese, un detenuto italiano di 56 anni si è tolto la vita, impiccandosi nella nona sezione del padiglione B. In quella circostanza l’Osapp aveva denunciato una carenza di organico della Polizia penitenziaria che il sindacato quantifica intorno al 30%, parlando di carichi di lavoro estremi e di un istituto nel quale il personale deve affrontare quotidianamente situazioni sempre più difficili.

Durante l’anno erano già emerse tensioni. Ad aprile l’Osapp aveva segnalato disordini tra detenuti, aggressioni e l’utilizzo di armi rudimentali all’interno del Lorusso e Cutugno, denunciando casi nei quali un solo agente avrebbe dovuto sorvegliare contemporaneamente più postazioni. La questione, dunque, non è soltanto quanti detenuti possano fisicamente entrare in un edificio: più aumentano le presenze, più cresce la quantità di colloqui, traduzioni, accompagnamenti sanitari, controlli, interventi per eventi critici e situazioni da gestire quotidianamente.

C’è poi un altro aspetto sul quale insiste Beneduci: chi viene rinchiuso negli istituti ordinari. “Dentro questa normalità finiscono le cosiddette carceri comuni: tossicodipendenti, detenuti con disagio psichico, violenti, incompatibili e soggetti di difficile gestione vengono concentrati negli stessi circuiti”. È uno dei passaggi più delicati della denuncia. Parlare genericamente di “detenuti” rischia infatti di mettere sotto un’unica etichetta persone con esigenze completamente differenti. Ci sono detenuti con dipendenze, altri con gravi disturbi psichiatrici, persone anziane o con malattie importanti, soggetti con elevata pericolosità e detenuti che, invece, richiederebbero soprattutto percorsi terapeutici o riabilitativi.

La stessa normativa penitenziaria riconosce la necessità di questa differenziazione. L’articolo 115 del Dpr 230 del 2000 stabilisce che in ogni regione debba essere realizzato un sistema integrato di istituti differenziati per le varie tipologie detentive. La disposizione contempla inoltre strutture o sezioni con trattamento intensificato per persone con tossicodipendenza, alcol-dipendenza o rilevanti patologie psichiche e fisiche. L’idea alla base della norma è semplice: non tutti i detenuti possono essere gestiti nello stesso modo perché sicurezza, cura e trattamento richiedono risposte differenti. Per l’Osapp è proprio questo principio a essere messo in difficoltà quando gli istituti lavorano costantemente oltre la propria capacità. “Oggi, quando non si riesce a classificare e distribuire, si ammassa o si trasferisce”, sostiene Beneduci. E il trasferimento, anziché risolvere il problema complessivo, rischia secondo il sindacato semplicemente di spostarlo da una struttura all’altra.

È qualcosa che si è visto anche in Piemonte. Ad agosto nel carcere di Cuneo erano presenti 377 detenuti a fronte di una capienza di 311 posti. Secondo quanto riferito dai Radicali dopo una visita nell’istituto, parte dell’aumento derivava proprio dagli “sfollamenti” effettuati dal carcere di Torino per alleggerire il Lorusso e Cutugno. La pressione, in questo modo, si riduce in un istituto ma può aumentare in un altro. La situazione della Sardegna mostra quanto siano complessi gli equilibri. Il dato ministeriale al 31 agosto registra 2.451 detenuti per 2.583 posti regolamentari, un valore che sulla carta non configurerebbe sovraffollamento regionale. Associazioni e operatori contestano però che il dato complessivo non tenga conto di centinaia di posti temporaneamente inutilizzabili e della particolare composizione delle sezioni. A Sassari-Bancali, per esempio, Antigone aveva già rilevato in primavera 566 persone per 454 posti, insieme a una presenza significativa di detenuti con fragilità sociali, psichiche e problemi di dipendenza.

L’arrivo degli 88 detenuti al 41-bis ha inoltre aperto una questione sanitaria. Nel carcere di Uta, secondo la denuncia della Uil Funzione pubblica raccolta dalla Rai, dopo i trasferimenti la popolazione detenuta è arrivata a circa 840 persone, mentre il servizio sanitario conterebbe appena 22 infermieri e otto operatori socio-sanitari. Nei turni notturni, secondo il sindacato, l’intera struttura sarebbe gestita in alcuni momenti da due infermieri e un solo Oss. È contro questo scenario che l’Osapp contesta anche la narrazione degli aumenti di organico. “Poi si annunciano nuovi agenti. Ma il dato vero non è quanti giovani poliziotti escono dalle scuole: è quanti restano operativi dopo aggressioni, ferite, malattie, pensionamenti e logoramento”, afferma Beneduci. “Sono proprio quei ragazzi a essere mandati negli istituti più sovraffollati e difficili, dove l’emergenza è diventata servizio ordinario”.

La parola utilizzata più volte dal sindacato è proprio “normalizzazione”. Normalizzare il sovraffollamento significa, nella lettura dell’Osapp, abituarsi a considerare accettabile che cento posti ospitino 130, 140 o persino 150 persone. Ma significa anche trasformare condizioni straordinarie di lavoro in routine per agenti, educatori, psicologi, medici e infermieri. Sul trasferimento dei detenuti in Sardegna si è aperto nel frattempo anche uno scontro politico. La presidente della Regione Alessandra Todde ha annunciato iniziative contro la decisione del governo e ha contestato il rischio di trasformare l’isola in un grande polo nazionale della detenzione ad alta sicurezza. È stata proprio questa polemica a essere ripresa dal Times, che ha evocato per la Sardegna l’immagine della “Devil’s Island”, richiamando anche la stagione dell’Asinara e i grandi boss mafiosi detenuti sull’isola negli anni Novanta.

Per il governo, invece, concentrare i detenuti al 41-bis in strutture specializzate permette di aumentare i livelli di sicurezza e liberare sezioni in altri istituti. È la linea ribadita da Balboni, che ha ricordato come l’operazione abbia consentito di chiudere completamente le sezioni speciali di Terni e Viterbo e ha definito il 41-bis “il principale strumento di contrasto alla mafia”.

L’Osapp, tuttavia, chiede al sottosegretario di spostare il confronto dal terreno delle responsabilità politiche passate a quello delle condizioni attuali. “Chiediamo di lasciare agli storici la contabilità del passato e di occuparsi con concretezza del drammatico presente”, afferma Beneduci. Il punto di caduta del ragionamento del sindacato è tutto nell’ultima frase: “Se il 150% diventa parametro, il detenuto problematico diventa “comune” e il trasferimento diventa soluzione, il poliziotto penitenziario resta l’ultimo e abbandonato argine di legalità e sicurezza”. Dietro la polemica sulla Sardegna rimane quindi una domanda nazionale. Quanto può essere considerato normale un carcere che lavora stabilmente oltre la propria capacità? A Torino ci sono oggi quasi 1.560 persone in una struttura da poco più di 1.100 posti. In Italia oltre 65 mila detenuti devono essere distribuiti in una rete che dispone formalmente di circa 51 mila posti e, nella realtà, ne ha ancora meno. È qui che il caso degli 88 detenuti al 41-bis smette di essere soltanto una vicenda sarda. Perché la battaglia contro le mafie, la sicurezza degli istituti, la tutela dei lavoratori e la dignità delle persone detenute non sono questioni alternative. Il problema nasce quando a un sistema già saturo viene chiesto continuamente di assorbire nuove emergenze, fino al punto in cui l’emergenza non fa più notizia perché è diventata la regola.