di Christian Putsch*
La Repubblica, 21 luglio 2021
Saccheggi, incendi dolosi, blocchi stradali: il colosso del continente africano è scosso da violenti disordini dopo l'arresto dell'ex presidente Jacob Zuma. La violenza è frutto delle sue tattiche di "mobilitazione etnica" degli zulu e la pacificazione sembra difficile. L'esercito sudafricano si stava preparando per una delle sue missioni più delicate.
Giovedì 15 luglio è iniziata la sua partecipazione alla lotta al terrorismo islamista nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, assieme alle truppe di altri Paesi dell'Africa meridionale. Un'iniziativa indispensabile per la stabilità della regione, dal momento che oltre 700.000 persone sono state costrette a fuggire nel Paese vicino.
Ma lunedì 5 luglio l'esercito ha annunciato che il suo intervento si rendeva assolutamente necessario anche sul suolo nazionale. Si tratta di una misura estremamente rara, ma urgente. I manifestanti e i criminali violenti hanno scatenato il caos come raramente è accaduto nella storia democratica del travagliato paese. Su Twitter domina il grido di battaglia digitale #ShutdownSA - "paralizza Il Sudafrica". Un appello che molti interpretano in modo brutale e con opportunismo.
Nella metropoli costiera di Durban si bloccano strade importanti, si incendiano centri commerciali e camion. A Durban, ma anche nell'hub economico di Johannesburg e in altre città, i negozi vengono saccheggiati su larga scala. La polizia è completamente sopraffatta. Almeno sette persone sono state uccise, si stanno formando gruppi di vigilanti armati contro i criminali. I danni alle proprietà ammontano a centinaia di milioni di euro.
Il "presidente dalle nove vite" in carcere - Non si tratta più solo del detonatore delle proteste, l'incarcerazione dell'ex presidente sudafricano Jacob Zuma. Mercoledì 8 luglio il politico settantanovenne ha finalmente iniziato la sua pena detentiva di 15 mesi, a cui era stato condannato dalla Corte costituzionale per aver violato una disposizione giudiziaria. Non si trattava affatto dei suoi reati di corruzione ben documentati, ma del suo rifiuto di testimoniare davanti a una commissione d'inchiesta. "Come Al Capone", ha efficacemente sintetizzato il Financial Times, "Zuma è stato incarcerato per un crimine minore".
Per quasi vent'anni Zuma, il proverbiale "Presidente dalle nove vite", era sopravvissuto a molti casi di impeachment e a numerose accuse, o perlomeno continuava a rimandare i procedimenti. Familiari e seguaci si sono schierati in difesa di Zuma, lui stesso ha paragonato le indagini a suo carico all'amministrazione della giustizia ai tempi dell'apartheid. La scorsa settimana migliaia di sostenitori si sono radunati fuori dalla tenuta di campagna di Zuma nella provincia di KwaZulu-Natal per impedire il suo arresto.
Zuma si è arreso e si è costituito solo tre giorni dopo la data stabilita per l'inizio della carcerazione, quando, poco prima della scadenza dell'ultimatum, la polizia si è avvicinata in forze alla proprietà, con oltre 100 veicoli. Un'impunità durata fin troppo, che gli ha consentito di sopravvivere, ma che ne ha anche rivelato la fragilità. Il tradizionalista Zuma, che alla domanda sulla sua identità si definisce "Zulu al 100%", deve la sua carriera in gran parte al pensiero tribale, che è ben lungi dall'essere oscurato dalle strutture democratiche. E ha utilizzato proprio questa dinamica per impostare la propria difesa.
Il pericolo del pensiero tribale - Questa realtà sociale è ignorata dal partito al governo, l'African National Congress (Anc). Dopotutto, qualsiasi altra cosa equivarrebbe a un'ammissione di fallimento, poiché i padri fondatori dell'Anc avevano già indicato come priorità la lotta al "demone del tribalismo". Le parole pronunciate domenica 11 luglio dal presidente Cyril Ramaphosa sono tanto più significative. Erano state programmate già da tempo di fronte alla terza (e finora peggiore) ondata della pandemia di Covid nel Paese, ma ora Ramaphosa ha anche chiesto la fine delle "attività criminali" - e ha stigmatizzato apertamente la "mobilitazione etnica" che tutti i sudafricani dovrebbero condannare: "Costi quel che costi".
Da giorni, quello che è di gran lunga il principale partner politico ed economico dell'Europa in Africa discute sulla portata del pensiero tribale che si sta manifestando. Helen Zille, che è stata a lungo primo ministro della provincia del Capo occidentale come leader del partito di opposizione "Alleanza Democratica", ha scelto parole provocatorie, come spesso ha fatto negli ultimi anni. "In sostanza, questa tragedia affonda le sue radici nell'enorme complessità della nostra decisione collettiva di imporre una moderna democrazia costituzionale a una società feudale africana ancora ampiamente tradizionale", ha scritto in un saggio pubblicato sul sito "News24", bollato come "antropologia a buon mercato" dal commentatore politico Eusebius McKaiser.
L'Anc ha sottolineato il suo "chiaro impegno" per la Costituzione. Sulla carta, la legislazione sudafricana è una delle più progressiste al mondo. L'Anc ha dato un contributo decisivo alla sua elaborazione in anni di profonda trasformazione sociale, godendo del sostegno di ampi settori della società. Ma l'appartenenza etnica è stata un fattore importante in Sudafrica fin dai primi giorni della democrazia. E questo non vale solo per il rapporto tra bianchi e neri. A differenza dello zulu Zuma, i suoi predecessori Nelson Mandela e Thabo Mbeki appartenevano agli xhosa. Già negli anni Novanta, dopo la fine dell'apartheid, celebrata in tutto il mondo, si parlava spesso delle scelte preferenziali a favore di questo gruppo etnico negli affari e nella politica. Gli zulu - peraltro il gruppo etnico più numeroso del Sudafrica - inveivano contro "Cosa Nostra" e per lungo tempo hanno sostenuto un altro partito, l'"Inkatha Freedom Party" (Ifp). Solo con l'ascesa politica di Zuma molti si sono spostati nel campo ben più conveniente dell'Anc - portando con sé la cultura retrograda del nazionalismo etnico dell'Ifp.
Corruzione e crisi economica - Probabilmente questo è stato possibile solo perché il successo del modello sociale sudafricano dipende dallo sviluppo economico per tutti.
Nonostante la forte crescita economica iniziale, divenne subito chiaro che le disuguaglianze sociali sarebbero rimaste tra le più elevate del mondo. E che della crescita avrebbe beneficiato soprattutto una piccola minoranza. Con il diffondersi della corruzione nell'Anc, ma anche con il crollo dei prezzi delle materie prime, così importanti per l'export sudafricano, si sono deteriorate le condizioni economiche generali. E, come è avvenuto in tutto il mondo in tempi di crisi economica, l'attenzione si è spostata sempre più sulla politica dell'identità. In Sudafrica si sono moltiplicati gli attacchi retorici alla minoranza bianca, mentre l'amministrazione di Zuma dominata dagli zulu ha lavorato in parallelo per smantellare i meccanismi di controllo democratico.
Zuma è stato "eletto costituzionalmente, ma ha agito come un capo tribù", ha dichiarato Zille a proposito dei quasi nove anni nei quali l'ex presidente ha esercitato il suo mandato, conclusosi nel 2018 con le dimissioni forzate e la promessa del suo successore Ramaphosa di liquidare le strutture corrotte. A distanza di tre anni, ciò non è avvenuto nella misura sperata, anche perché Zuma continua ad applicare gli stessi principi e a minare sistematicamente la fiducia nelle istituzioni statali. Zuma mette in conto che nel corso degli attuali disordini vi siano anche violenze xenofobe contro i migranti africani, come nel caso dei camionisti stranieri.
Egli lucra politicamente anche sulla rabbia provocata dalle rigorose misure di contrasto alla pandemia di Covid, per effetto delle quali la disoccupazione è aumentata a livelli da record. "Per salvarsi la pelle, ha liberato i demoni del tribalismo", ha scritto Mondli Makhanya, caporedattore di "City Press". "In questo modo, sta riportando indietro di un secolo il lavoro dei membri dell'Anc e delle altre correnti della lotta di liberazione sudafricana".
*Traduzione di Carlo Sandrelli











