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di Gianni Pardo

Italia Oggi, 1 marzo 2023

Alfredo Cospito è stato riportato nel carcere di Opera, riprendendo la detenzione secondo il regime di 41 bis. Dunque è stato sconfitto su tutta la linea. A questo punto, se avesse buon senso, dovrebbe rassegnarsi e riprendere ad alimentarsi. Ma potrebbe anche lasciarsi morire di fame. Ogni persona perbene spera che ci ripensi e tuttavia, nel caso, che giudizio bisognerebbe dare di lui e dello Stato?

Per lo Stato la faccenda è semplicissima. Se dovesse cedere ogni volta che un detenuto attua lo sciopero della fame, tutte le regole andrebbero a pallino. Riguardo a lui personalmente, invece, la faccenda è più complessa. Il suicidio “privato” è il risultato di un malessere esistenziale insostenibile. Per riprendere il dilemma di Amleto, si tratta di scegliere se essere (vivere) o non essere (morire). Ma accanto al suicidio privato, cioè rivolto esclusivamente a sé stessi, c’è quello usato “come arma”, cioè rivolto ad altri: per colpevolizzarli o per minacciarli. Il suicidio può essere una estrema protesta: “Per il male che mi infliggete sono arrivato alla conclusione che è meglio non vivere”. Ed è questo il caso di Ian Palach che protestava contro l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei russi, nel 1968.

Nel 1981, per protestare politicamente contro Margaret Thatcher, Bobby Sands ed altri nove detenuti irlandesi si lasciarono morire di fame in carcere, e il loro suicidio ebbe questo significato: “Noi non abbiamo alcuna possibilità di agire contro di voi ma, dimostrando di disprezzare la vita, diamo ai compagni l’esempio di una lotta per la quale si deve essere disposti a dare la vita”. Naturalmente la Thatcher non cedette di un millimetro.

Certo, bisogna avere rispetto per qualcuno che, in nome di una idea, è pronto a morire. Ma se si è obbligati a rispettare la buona fede e il coraggio del suicida, non per questo bisogna rispettare o ritenere valida l’idea per cui muore. Se un anarchico prova ad ammazzare il re, viene condannato all’ergastolo e poi decide di morire di fame per incoraggiare qualche altro anarchico a ritentare, possiamo levarci il cappello dinanzi alla sua determinazione, ma non possiamo condividere il suo invito ad ammazzare il re. Quell’uomo è un coraggioso perché muore, ma è un criminale per lo scopo abbracciato.

Ecco perché non bisogna condannare Margaret Thatcher a scatola chiusa. Una causa non è sicuramente giusta soltanto perché qualcuno è disposto a morire per essa. I piloti suicidi giapponesi furono degli eroi perché non cercavano di affondare barche di pescatori, ma navi da guerra. Viceversa i terroristi che hanno fatto crollare le Torri Gemelle, pur essendo anche loro dei piloti suicidi, non sono degli eroi, perché sono morti per uccidere degli innocenti inermi. Causa che difficilmente può essere dichiarata nobile.

Per tutte queste ragioni, anche ad ammirare la perseveranza di Alfredo Cospito, non se ne può stimare la figura e men che meno le idee politiche, perché, per così dire, morirebbe per una causa sbagliata. Anarchia (per quanto ne so) significa assenza di governo. E indubbiamente sarebbe bello vivere in un mondo in cui nessuno commette la minima infrazione, tanto che non c’è bisogno di forza pubblica. Nessuno si comporta male, neanche in buona fede, tanto che non c’è bisogno di un codice civile. Nessuno necessita di indicazioni per evitare incidenti, tanto che si possono abolire i semafori (forme di ordini a colori). Insomma non appena si ipotizza l’anarchia in concreto, ci si accorge che è piuttosto un incubo che una liberazione. Almeno, finché l’umanità sarà composta da persone come quelle che conosciamo.

L’anarchia è un ideale totalmente irrealizzabile. Addirittura, se si tenta di realizzarlo, di solito conduce al risultato opposto a quello desiderato: si voleva un Paese non oppresso da un potere democratico e si ha un Paese oppresso da un potere dittatoriale. Infatti, se il massimo argomento politico degli anarchici è la violenza, alla fine prevale il più violento: e costui diviene un dittatore. Gli ideali sono una bella cosa ma basta guardarli da vicino per vedere che essi vanno sposati cum grano salis. La libertà è una bella cosa, ma non si può estendere alla libertà di stupro. L’amore è una bella cosa, ma non se motiva l’uccisione della donna che ci ha lasciati. La gloria è una bella cosa, ma non se serve come motivo per scatenare guerre.

Cospito, se ha una tale volontà di influire sul destino del Paese, avrebbe dovuto darsi alla politica normale, adottando programmi normali, e cercando di realizzarli in modo normale. Se invece sceglie la via sbagliata, fino a sacrificarle la vita, c’è da temere che l’avrà sacrificata alla sua disinformazione. Ecco perché, se insiste nella sua determinazione, commette un errore, e sarebbe da sperare che riprenda ad alimentarsi normalmente. Ma se proprio vuole morire non per questo la sua causa diverrà giusta. E sarà morto inutilmente.