di Pietro Pellegrini*
vasodipandora.online, 9 luglio 2026
A fine aprile un assistente capo della polizia penitenziaria di 42 anni si è tolto la vita nella sua abitazione a Torino. Lascia la moglie e una figlia di sei anni. Purtroppo non è il solo, il rischio di suicidio negli agenti è più elevato rispetto alla popolazione generale. Quando, per suicidio, muore un detenuto abbiamo perso tutti. Quando succede ad un agente, un lavoratore al servizio della comunità in nome dello Stato abbiamo perso tutti su diversi fronti. Quello umano, (della tragedia della quale non è possibile parlare perché non vi sono gli elementi, né questa è la sede), quello professionale e istituzionale. Il suicidio è un “evento sentinella” cioè un evento avverso di particolare gravità, che causa morte o gravi danni e determina una perdita di fiducia dei cittadini. Un evento che obbliga ad esaminare aspetti strutturali, organizzazione, procedure, dotazioni di organico, sicurezza, formazione.
Al dolore e al cordoglio devono seguire analisi e azioni cui in questo breve contributo farò cenno sapendo che il suicidio è un fenomeno complesso e multideterminato. In queste situazioni occorre procedere secondo il metodo della rilevabilità, modificabilità dei fenomeni e del valore euristico delle soluzioni. Valutare le condizioni ambientali è ben più facile che cogliere il mondo interno della persona.
Sovraffollamento e carenze strutturali - Sovraffollamento: i detenuti sono oltre 64 mila, a fronte di poco più di 46 mila posti disponibili. Come noto questo determina un aumento dell’aggressività auto ed eterodiretta, un aumento della tensione con episodi di violenza, autolesionismo. Carenze: in primis di organico: mancano gli agenti il che comporta straordinari, aumentati carichi di lavoro, riduzione dei riposi, assenza di supporto psicologico a fronte di situazioni relazionalmente perturbanti per lo stato di disperazione connesso a condizioni sociali, carenze relazionali e affettive, accentuate dalla solitudine e spesso dalla distanza dalle famiglie, nonché da persone con patologie fisiche e psichiche.
Uno stress operativo che mette in crisi ruoli, competenze e obiettivi e porta a comprendere come all’interno della dimensione custodiale, si aprano dinamiche difficili e per affrontarle non solo occorrono altre competenze ma bisogna, superare la visione prettamente punitiva, correzionale talora umiliante e infantilizzante della detenzione cui rischia di corrispondere un’identità professionale dell’agente che ha bisogno di sostegni psicologici. Va superata la tendenza a nascondere la sofferenza mentale e l’uso di alcool e/o farmaci, per timore dello stigma e di eventuali conseguenze professionali. Il disagio e la distanza da casa interessano anche gli agenti.
Ripensare il modello penitenziario - Diverse esperienze dimostrano che si possono avere diverse modalità per l’esecuzione penale costruendo alte professionalità degli operatori penitenziari nei percorsi trattamentali in ambienti ben diversi da quelli dei nostri Istituti nei quali, spesso, vi sono problemi di riscaldamento, raffrescamento, acqua, bagni, frigoriferi… Servono investimenti per avere in ambito penale altre soluzioni ambientali e di comunità, migliorare i servizi sociali e sanitari, creare con la collaborazione interistituzionale, permeabilità e connessioni per una continuità dei percorsi. Anche per le persone con disturbi mentali autrici di reato.
Detenzione sociale e politiche di inclusione - Detenzione sociale: per uso di droghe e per violazioni delle norme sulle migrazioni. Persone marginali, senza tutto. Situazioni nelle quali il carcere è spesso la sola risposta. Serve prevenzione, rispondere ai bisogni di base e va costruita una multiculturalità di prossimità prevedendo la possibilità sia regolarizzazioni che di rimpatri volontari. Prestare attenzione alle donne che sono il 5% per non avere donne incinta detenute, né madri con figli piccoli in carcere.
Misure per ridurre il sovraffollamento - Per ridurre la popolazione ristretta negli Istituti di Pena occorre un provvedimento di indulto/amnistia o di liberazione anticipata, misure alternative per chi ha pene brevi, è malato gravemente. Lo ha chiesto il Papa, il Presidente della Repubblica. Si abbia il coraggio di assumere provvedimenti che possono raccogliere un’ampia maggioranza e segnare una svolta nella politica, superando contrapposizioni in nome dell’umanità e della buona amministrazione. Per ragioni di sicurezza anche nelle carceri deve essere rispettata la capienza massima, oltre la quale vige il numero chiuso.
Sicurezza, prevenzione e nuove politiche penali - Occorre riflettere sull’efficacia della via finora intrapresa di aumento delle pene e dei reati. Pur comprendendo la necessità di combattere traffici di droga, telefonini e la radicalizzazione si valuti con molta cautela la realizzazione di norme contenute nell’ultimo decreto “Sicurezza” che consentono la possibilità di effettuare in carcere azioni da parte di agenti sottocopertura. Un provvedimento che può aumentare la cultura del sospetto e della sfiducia reciproca. Anche la disponibilità delle armi andrebbe regolata. Di fronte alla difficoltà del compito nella relazione con i detenuti compreso quello di prevenire i suicidi occorrono forma di protezione, tutela e “privilegio” degli operatori.
Con realismo si trovi anche il coraggio di ammettere che le guerre alle droghe non funzionano, la detenzione per uso di sostanze non serve. La politica sulle migrazioni va rivista evitando detenzioni amministrative (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) o giudiziarie. La privazione della libertà è pericolosa, anche per la salute di tutti. Deve restare assolutamente residuale dando spazio a forme diverse di esecuzione penale che con adeguati interventi, sappiano ricostituire insieme progetti di vita in sistema di cura e giudiziario di comunità.
La funzione rieducativa della pena come bene comune - Tutto questo può dare realizzazione alla funzione della pena come rieducazione e reinserimento, ricostituzione di un patto violato con la società, riparazione possibile volte a creare una comunità e un futuro migliore. Una speranza per un bene comune.
*Direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Parma










