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di Luigi Manconi

La Repubblica, 24 luglio 2024

Quei reclusi che si tolgono la vita sono l’appendice estrema di una crisi terminale dell’amministrazione della giustizia. Di tutto questo sembra futilmente inconsapevole il ministro Nordio. La torva distopia alla quale si affida gran parte della classe politica italiana induce a ritenere che la strage dei detenuti (decessi, autolesionismo, suicidi) riguardi solo gli stessi detenuti. La verità è tutt’altra: quei reclusi che si tolgono la vita sono l’appendice estrema di una crisi terminale dell’amministrazione della giustizia (quanto accade al Csm ne è la prova ultima). È quello il punto più vulnerabile e dolente e la più crudele manifestazione di un collasso che tende infine a implodere, annichilendo le componenti più fragili: i detenuti, appunto, e i poliziotti penitenziari, tra i quali il numero dei suicidi cresce più di quanto accada all’interno degli altri apparati dello Stato.

Di tutto questo sembra futilmente inconsapevole il ministro della Giustizia Carlo Nordio, non so se per inadeguatezza intellettuale - fare il Guardasigilli è impresa assai ardua - o per una sorta di irresistibile hybris. La vanità del potere e della fortuna porta a formulare quei giudizi che il Vangelo definisce temerari, espressione di avventatezza e di irresponsabilità.

Nel gennaio scorso Nordio si limitava a sostenere che i suicidi in carcere “sono diffusi in tutto il mondo” e derivano “dallo shock psicologico della detenzione”: è qualcosa “che esiste come la malattia e tante altre negatività della vita”. E, tuttavia, - diceva ancora - il fenomeno in Italia “è diminuito del 15% rispetto al 2022”. Questo, sei mesi fa. Nel frattempo i suicidi sono arrivati a 58 e, con questo ritmo di crescita, è prevedibile che a fine anno questa macabra contabilità sia destinata a raggiungere l’acme.

A fronte di ciò il decreto Nordio - che qualche sciagurato chiama “svuotacarceri” - appare totalmente inefficace. Non una delle misure previste avrà un effetto deflattivo sul sovraffollamento. E, come afferma la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari Cristina Ornano, quella normativa “può aggravare i problemi anziché risolverli”.

Intanto, il più recente rapporto dell’Associazione Antigone documenta come il numero degli attuali detenuti sia il più alto dell’ultimo decennio, tra gli adulti il sovraffollamento è del 130,4%, mentre cresce anche negli Istituti penali per minorenni. Il governo non ha proposto, finora, un solo provvedimento - giuro, nemmeno uno - capace di far fronte a questa rovinosa realtà. E la politica penale dell’esecutivo - quindici nuove fattispecie penali e inasprimento di tutte le pene - ha prodotto altri reati, altri arresti, altri detenuti, altri suicidi.

La situazione è tale che solo un decremento significativo dell’attuale sovraffollamento può consentire di porre rimedio a un simile sfascio, garantendo condizioni umane di vita, accesso ai servizi, assistenza sanitaria e psicologica, opportunità di riabilitazione e, soprattutto, tutela della dignità. Con gli attuali numeri, non c’è scampo.

Arriverà in aula il Disegno di legge Giachetti-Bernardini che, in caso di buona condotta, prevede un aumento di giorni (da 60 a 75) di liberazione anticipata per ogni semestre di pena scontata. Secondo il ministro della Giustizia si tratterebbe di una “resa”, ma all’interno della maggioranza si manifesta, grazie al cielo, una qualche resipiscenza.

Sullo sfondo, un’ulteriore ipotesi, assai impegnativa che potrebbe rivelarsi risolutiva. È quella di un provvedimento generale di clemenza: un intervento che consenta la riduzione drastica del sovraffollamento e la realizzazione delle condizioni per una più generale riforma del sistema penitenziario.

È un intervento che la Costituzione prevede come strumento di politica del diritto penale quando se ne ravvisi la necessità e l’urgenza, come è certamente il caso. E che potrebbe assumere i connotati di una legge di amnistia e di indulto per i reati e i residui pena fino a due anni. In poche settimane, con l’indulto uscirebbero dal carcere circa sedicimila detenuti, con l’amnistia per i reati minori si alleggerirebbero i carichi di lavoro degli uffici giudiziari e per qualche tempo si eviterebbero nuove carcerazioni per reati minori.

L’amnistia e l’indulto rappresentano un tabù per la classe politica italiana ma l’analisi scientifica dimostra inequivocabilmente che l’ultima misura di clemenza (l’indulto del 2006) ha dato risultati estremamente positivi, abbattendo la recidiva dall’ordinario 68,45% al 33,92% tra i beneficiari di quel provvedimento. Sia chiaro, si tratta di misure parziali e provvisorie, ma indispensabili per affrontare lo stato d’eccezione con strumenti altrettanto eccezionali; e ridurre la condizione febbrile del sistema per potervi intervenire successivamente attraverso riforme strutturali.

Insomma, si tratta di un intervento di emergenza per una situazione che è di emergenza massima. La destra, come sempre ha fatto, la affronta con la tradizionale retorica dell’allarme sociale e del panico morale. La sinistra, con rare eccezioni, si è mostrata finora assai titubante. E fin troppo prudente. Non ci sono elezioni alle porte e, di conseguenza, non dovrebbe esserci il timore di una “galvanizzazione sentimentale delle masse” contro leggi di garanzia e di equità. Si può affrontare la questione con razionalità e intelligenza. Non è forse questa, o non dovrebbe essere questa, la qualità di una sinistra matura e al passo con i tempi?