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di Mary Ferrara

teatro.it, 3 novembre 2026

Intervista a Valentina Esposito, fondatrice di Fort Apache Cinema Teatro, la compagnia di attori ex detenuti: il teatro in carcere e la battaglia del reinserimento. “Il fuori è una trincea”. Valentina Esposito lo dice senza giri di parole: per lei è più difficile lavorare fuori dal carcere che dentro. Drammaturga, regista e autrice, da quasi venticinque anni fa teatro con attori detenuti ed ex detenuti. Tutto è cominciato nel carcere di Rebibbia. Nel 2014 dieci attori in uscita le hanno chiesto di non disperdere quello che avevano costruito, e da lì è nata la Compagnia Fort Apache Cinema Teatro. Oggi è l’unica compagnia teatrale stabile in Italia e in Europa composta da attori ex detenuti, diventati professionisti di cinema e palcoscenico.

In questa intervista racconta come le storie vere dei suoi attori entrano nella drammaturgia senza essere esibite, e perché la parola “riscatto” le sembra retorica. Spiega anche cosa significa portare in scena la violenza di genere davanti a un pubblico di detenuti, come fa Mercoledì delle Ceneri, in tournée a novembre intorno al 25. E parla di quello che la società ancora non fa per chi esce dal carcere. Da gennaio la compagnia porterà in tournée L’ostaggio, con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia, fino al Teatro Vascello di Roma.

Chi è Valentina?

Valentina è una donna di 50 anni, madre, autrice, regista, che da quasi 25 anni si occupa di teatro con attori detenuti ed ex detenuti.

Com’è nato Mercoledì delle Ceneri, lo spettacolo che porti in carcere?

Mercoledì delle Ceneri è un testo che porto in scena con la compagnia, costituita da attori ex detenuti e professionisti che non hanno avuto un’esperienza di reclusione sul tema della violenza di genere. Abbiamo concentrato le rappresentazioni nel mese di novembre, intorno alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Quando hai capito che il teatro poteva superare il muro di un carcere?

Nel 2014 avevo una decina di attori in dimissione dal carcere di Rebibbia, mi hanno chiesto con forza di proseguire l’esperienza all’esterno, di non disperdere la formazione che avevano avuto e di avere un’opportunità concreta di inserimento lavorativo. Ed è lì che ho fondato la compagnia esterna e la struttura Fort Apache Cinema Teatro.

Cosa ti resta addosso di chi ha lavorato con te, quando torni a casa?

Mi restano dei frammenti di dolore e di disperazione. Sono tutti contesti difficili e noi non ci sottraiamo mai dall’affrontare con coraggio temi di urgenza collettiva, come è ovviamente quello della violenza di genere, e la drammaturgia è la ricomposizione di una serie di testimonianze dirette di attori e attrici. Si entra sempre nel cuore della verità e in fondo c’è l’essenza del dolore. Tutto questo mi resta, ma negli anni è diventato una grande forza e un modo per interpretare il mondo con profondità.

Chi ha perso la libertà racconta la scena in modo diverso?

Assolutamente sì. Chi ha perso la libertà ha un’urgenza e una necessità stringente di stare sulla scena e di ricostruire la propria identità attraverso il teatro. La mancanza di libertà è una chiave di lettura sulla vita e sul mondo molto più forte, perché ti dà sempre la misura del valore delle cose.

Ti è mai pesato decidere cosa mostrare della vita di chi ha sbagliato?

Decisamente. Nel corso degli anni ho sempre preferito rielaborare l’esperienza biografica in forma narrativa, in contenitori universali nei quali le biografie restino parzialmente invisibili allo sguardo dello spettatore, ma costituiscano comunque il substrato di verità e di autenticità della scrittura e delle messe in scena. Solo in un caso ho deciso di attraversare la biografia di un mio attore, nell’ultimo allestimento, L’ostaggio. Abbiamo debuttato al Festival di Narni con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia. Lì l’analisi della biografia è sicuramente più esplicita, con riferimenti sempre alla grande letteratura che allargano il campo visivo.

Hai mai temuto che queste storie restassero inascoltate?

Sicuramente questo è un teatro politico, un teatro che divide, un teatro che chiede allo spettatore di essere presente, di prendere posizione, di interrogarsi. Gli spettatori dei nostri spettacoli escono pieni di domande e senza nessuna rassicurazione.

“Riscatto” è la parola giusta per il vostro lavoro?

Ho sempre avuto un senso di disagio nei confronti del linguaggio che racconta il carcere: parole come rieducazione, riscatto, reinserimento, una prospettiva salvifica che trovo un po’ retorica. Io ho incontrato delle persone e ho attraversato con loro, attraverso il teatro, un vissuto e un passaggio che nel campo dell’arte è diventato una risorsa, un’ispirazione. Penso che il teatro sia un’occasione d’incontro, non uno strumento di salvezza.

Cosa brucia davvero, quando in scena bruciano i fantocci?

I fantocci rappresentano il mostro che è dentro di noi. Ci tenevo a raccontare non tanto il fatto di cronaca quanto la cultura che in qualche modo legittima gli atti violenti ai quali assistiamo quasi ogni giorno. Nello spettacolo, questi mostri, questi fantocci in lattice deformi, escono dal ventre degli attori come se rappresentassero la responsabilità, la complicità, il silenzio della società rispetto al tema della violenza di genere.

Cosa cambia recitare davanti a un pubblico detenuto o a uno esterno?

È un’esperienza totalmente diversa. Il tema della violenza di genere è molto divisivo all’interno delle carceri: le persone che si sono macchiate di questo reato sono protette e recluse in reparti diversi, perché questi reati sono considerati infamanti dalla popolazione detenuta. Per i nostri attori ex detenuti è stato un atto di grande coraggio interpretare uomini maltrattanti, e sarà un atto di grande coraggio farlo di fronte alla popolazione reclusa del carcere di Genova. Sarà anche un momento di grandissima ricaduta, come si dice tecnicamente, “ricaduta trattamentale”: assistere a uno spettacolo di attori ex detenuti professionisti per dei cittadini reclusi che frequentano ancora i corsi di formazione teatrale interni e in qualche modo possono sognare una prospettiva futura.

C’è stato un momento in cui hai pensato che la fatica di questo lavoro valesse la pena? E uno in cui hai pensato il contrario?

Il 24 novembre dell’anno scorso abbiamo portato lo spettacolo agli studenti degli istituti superiori di Viterbo. Alla fine, una ragazza di 15 anni è venuta da me con gli occhi lucidi e mi ha detto: “Se avessi visto prima questo spettacolo”. Ancora oggi, a raccontarlo, mi emoziono. Quel momento ha dato un senso enorme alla fatica di metterlo in scena e di portarlo nelle scuole. Ora abbiamo quasi 800 studenti del territorio di Velletri e l’adesione delle scuole, di questi tempi, mi rende molto orgogliosa. Le difficoltà sono quotidiane, il lavoro teatrale non è semplice e nei contesti di disagio lo è ancora di più, ma non tornerei mai indietro: mettere le nostre competenze a disposizione in questi contesti restituisce sempre qualcosa di più.

C’è stato un attore o un’attrice della compagnia che ti ha fatto cambiare idea su qualcosa?

Sicuramente, perché conoscere sin da giovanissima il carcere, quando sono entrata per la prima volta, è una lente di ingrandimento sul mondo. La conoscenza di questi contesti decostruisce completamente un sistema di pregiudizi e di pensieri su questi mondi che inizialmente sembrano molto lontani e invece ti sono vicini, ti riguardano in tutti i modi. Il mio amico più caro ha scontato 32 anni di detenzione.

Cosa ti dicono gli ex detenuti quando affrontano personaggi con una violenza intrinseca o una bontà sconfinata, e quali riflessioni diventano drammaturgia?

Per gli attori professionisti, interpretare un testo significa cercare somiglianze con un vissuto spesso lontano dal proprio. Lavorare con gli ex detenuti rovescia la prospettiva: le loro esperienze sono più forti della letteratura, più reali del reale, e la letteratura si fa carne, diventa tridimensionale, aderente alla vita, pur restando aperta alle grandi questioni universali. Quando acquisiscono la tecnica degli attori professionisti, la forza della loro esperienza li rende presenze sceniche enormi: a volte i professionisti sembrano quasi invisibili accanto a loro, e tutto ti torna indietro, come spettatore, regista e autrice. Un attore professionista, come Edoardo Pesce, può trovarsi in difficoltà accanto a un collega di 75 anni con un’esperienza di vita violentissima; ma se riesce a non affidarsi agli strumenti della sua professione e a mettersi in gioco come persona, la relazione diventa secondaria e brilla sulla scena. Per gli ex detenuti il teatro è uno strumento di sopravvivenza e un esercizio spirituale per restare ancorati a un’interiorità riscoperta dopo anni di distanza. Secondo me è questo l’approccio al teatro in generale: il teatro sociale riscrive le priorità.

Nel corso del tempo ti sei persa qualcuno? E qualcuno invece è tornato?

Purtroppo si, non è semplice. I contesti di provenienza degli attori sono fortissimi, il richiamo della criminalità, la mancanza di opportunità professionali concrete. Il teatro non è un lavoro: nemmeno gli attori professionisti riescono spesso a vivere completamente di questo lavoro, e quindi purtroppo fuori non ci sono le condizioni. La società non è ancora pronta a riaccogliere le persone in dimissione, a creare intorno a loro una rete di sostegno reale e concreta, che permetta effettivamente a queste persone, che hanno comunque passato un periodo di reclusione, seguito dei corsi di formazione e fatto un percorso di riflessione, di ricostruirsi. Il fuori è una trincea, il fuori è un luogo di guerra. O ci assumiamo la responsabilità di creare una rete intorno a queste persone, o il rischio di recidiva è sempre lì, dietro l’angolo. Per me è molto più difficile lavorare fuori che dentro. Dentro sono lì, e il teatro è una finestra di dialogo con il mondo e con se stessi. Fuori è una battaglia per tenerli agganciati all’esperienza. Quando accade è per sempre, ma non accade sempre.

Avresti mai pensato di affrontare questo tipo di teatro quando hai iniziato?

No. Ho iniziato pensando di percorrere una strada tradizionale, e a un certo punto della mia vita, per una serie di contingenze, mi sono ritrovata all’interno del carcere di Rebibbia. Lì ho sentito subito che sarebbe stato molto difficile evadere da questo contesto, sganciarmi dal senso di responsabilità che ti investe immediatamente entrando in questi luoghi.

Il teatro tradizionale, lo frequenti?

Lo frequento, ma è complicato per me aderire a operazioni artistiche nelle quali non sento uno slancio, un impegno nei confronti del sociale e dei nodi fondamentali della nostra esistenza. È come se il contesto del teatro sociale riscrivesse, nella mia esperienza di spettatrice, le priorità.

Quali sono i prossimi impegni?

I prossimi impegni riguardano la tournée di Mercoledì delle Ceneri, concentrata nel mese di novembre ma che prosegue anche a dicembre: abbiamo voluto valorizzare il mese dedicato alla lotta alla violenza di genere. Da gennaio parte invece la tournée dell’ultimo allestimento, L’ostaggio, con protagonisti Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia. Lo spettacolo rivisita l’esperienza dolorosa di Giancarlo Porcacchia, attore ex detenuto con 32 anni di reclusione alle spalle e una vita complicata nei contesti della criminalità. Il lavoro rilegge questa biografia alla luce del Faust e dei grandi temi che riguardano la sete di potere, la dannazione, la sfida: è un lavoro di grande forza che partirà a gennaio e fino a maggio, e concluderemo la stagione al Teatro Vascello di Roma.