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di Gian Carlo Caselli

Il Dubbio, 24 dicembre 2024

Gentile Direttore: su “Il Dubbio” del 17 dicembre 2024 l’avvocato Francesco Petrelli polemizza con una mia intervista su “La Stampa” del 13 dicembre. La polemica è garbata e civile, per cui volentieri proverò a rispondere. Prima di tutto però debbo dire che non capisco l’accusa di ridurre a “incidenti” gli errori giudiziari, perché leggendo e rileggendo la mia intervista la parola’ “incidenti” non la trovo proprio. Ma veniamo al merito. L’avv. Petrelli mi contesta l’uso dei termini demagogico e populista in quanto riferiti a un fenomeno grave ed esteso come l’errore giudiziario che impone di riflettere sul corretto uso della giustizia.

Ora, senza ricorrere ad artifici retorici (salvo una punta di paradosso) si dà il caso che io sia d’accordo con l’avv. Petrelli. Proprio perché l’argomento è grave ed esteso occorre una riflessione seria. Mentre una giornata dedicata rischia di trasformarsi in qualcosa- appunto - di populista e demagogico, una palestra di recriminazioni e di sfoghi contro i magistrati, qualcosa come la battaglia delle arance di Ivrea. Di qui la preoccupazione che possa pure risentirne la fiducia nella giustizia, pilastro del sistema democratico: che non significa condivisione delle singole decisioni, né generale consenso sull’operato dei giudici; significa accettazione della giurisdizione come garante dei diritti dei cittadini e delle regole della civile convivenza.

Ma la cosa ancor più grave che mi rimprovera l’avvocato Petrelli è quella di far passare l’errore come un dato fisiologico del sistema, perché la giustizia penale non è un gioco di società nel quale a volte si vince e a volte si perde. Nella mia intervista si parla effettivamente di dato fisiologico, ma a conclusione di un ragionamento. Eccone i principali passaggi: ciò che al magistrato il sistema chiede è di valutare la persuasività (o la non persuasività) degli “indicatori” che le parti gli hanno addotto a sostegno delle rispettive versioni; questi indicatori, perlopiù, sono controvertibili, per cui la valutazione del materiale raccolto è strutturalmente opinabile; ciò può condurre, nei vari gradi di giudizio, a esiti contrastanti, che comprensibilmente possono creare scandalo; ma è un dato non patologico bensì fisiologico e proprio di qualunque ordinamento articolato (come il nostro) in più gradi di giudizio, nel senso che la pluralità di gradi comporta per definizione la possibilità di giudizi diversi di grado in grado, altrimenti la pluralità di gradi sarebbe un finzione inutile.

Può sembrare una forzatura, ma la difformità di esiti è segno di un sistema sano, attento alle sollecitazioni delle parti e capace di correggere i propri errori. L’alternativa è il processo USA alla Perry Mason, dove c’è un solo grado di giudizio nel quale si decide con un bigliettino su cui sta scritto guilty (colpevole) oppure no guilty. E nessuno saprà mai il perché della scelta, non essendoci obbligo di motivazione.

Tornando al nostro sistema, ovviamente non si deve dimenticare che esiste il problema della certezza e della prevedibilità della pena, che non sono incompatibili col pluralismo giudiziario. Certezza e prevedibilità di comportamenti sono requisiti tipici di ogni servizio pubblico in un sistema democratico rispettoso dei diritti dei cittadini. Si tratta, allora, di raggiungere un equilibrio soddisfacente tra queste esigenze e la specificità delle funzioni giudiziarie. Ma ho già preso persino troppo spazio e non mi resta che ringraziare l” avv. Petrelli per aver creato un’occasione di confronto con qualche chiarimento da parte mia. A lei, Direttore, grazie per l’ospitalità.