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di Salvatore Sica*

Il Dubbio, 9 maggio 2022

La vicenda dell’acquisto di Twitter da parte di Eloin Musk è in un certo senso metafora delle molteplici implicazioni che si collegano al Web ed alla sua parabola. Emblematiche sono le reazioni dell’opinione pubblica “illuminata” di tutto il mondo e soprattutto americana; sdegno, preoccupazioni per il futuro della democrazia, isterie di vario genere.

Sia chiaro: alcune delle perplessità manifestate sono più che serie; il preannunzio di un più rigoroso controllo sui contenuti finalizzato a prevenire abusi può in realtà preludere a forme di censura, tanto più gravi se attuate da un privato quale Musk è! Ed altrettanto inquietante sarebbe l’atteggiamento opposto di consentire, nel nome della libertà di espressione, un’indiscriminata circolazione di contenuti, mitigata dalla rimozione dell’anonimato come forma di tutela impropria dell’autore dei contenuti stessi.

Ma c’è da domandarsi dove fossero questi spiriti illuminati quando la Rete cresceva indiscriminatamente senza regole; quando i governi abdicavano al proprio compito di regolatori, quando l’anonimato diventava ciò che è oggi, uno scudo “protettivo” di linguaggio d’odio e di illeciti di ogni tipo. E neppure è dato di sapere quale posizione “sdegnata” gli stessi abbiano assunto quando Twitter o Facebook, ergendosi a giudici privati, unilateralmente decidevano il blocco di account sulla base di proprie valutazioni etiche o di valori.

Quanto sta avvenendo, insomma, è nel solco della grande ipocrisia che ha sin qui accompagnato la crescita del Web, nel falso dilemma tra fautori dell’arena virtuale mondiale, straordinario strumento di Freedom of Speech, ed i sostenitori dell’ineluttabilità di una disciplina appositamente dedicata alle comunicazioni della Rete. Soffermarsi sulla “qualità” del proprietario della piattaforma, con la solita presunzione di una certa cultura di dare o levare patenti di affidabilità o moralità, è fuorviante ed anzi pericolosissimo. Il tema non è se sia meglio Musk di Zuckenberg o viceversa.

Il cuore della questione è che non è ammissibile una concentrazione di potere in mano a privati così elevata che la storia non ha mai conosciuto prima. I nodi stanno venendo al pettine ed erano ampiamente prevedibili. Lo strumento tecnico è troppo avanti per essere “governato” dall’unico soggetto a tanto deputato: il Diritto. Abbiamo avuto decenni in cui la novità tecnica - e le immense potenzialità ad essa collegate - ha obnubilato tutti: uomini della strada, utenti, politici e perfino giuristi.

Una grande capacità di lobbing delle multinazionali della comunicazione ha impedito che crescesse la consapevolezza sui pericoli sottesi alle apparenti smisurate utilities; non è stato mai finora possibile avviare una seria riflessione sulla diversità dello strumento del Web rispetto ai media tradizionali, per la sua pervasività, per la sua attitudine non soltanto a veicolare contenuti ma a orientare scelte, commerciali, politiche, di tendenza in generale.

Neppure alcuni casi eclatanti, come clamorosi hackeraggi, Wikileaks, Cambridge Analyitica, sono riusciti a risvegliare coscienze e ad allertare i governi: la risposta non può essere l’aumento di cyber sicurezza, che si è registrata, se poco dopo tutto è tornato come prima con una generazione di politici, intellettuali e di imbecilli da tastiera - spesso la linea di confine tra le categorie è sottile! - alla ricerca di consenso effimero per un Tweet o una pagina Facebook ricca di likes.

Allora il problema non è Musk, meglio, non è solo lui. È la “privatizzazione” del controllo del mondo! Come se ne viene fuori? Difficile fornire una sola indicazione, mentre è piuttosto indispensabile delineare un metodo. Proprio come sta avvenendo per l’invasione russa in Ucraina, occorre una mobilitazione globale per l’individuazione di una tavola, almeno di base, di valori condivisi, che faccia da premessa ad un intervento di diritto regolatorio sovranazionale.

Sì, è tempo che il Diritto, sintesi di scelte condivise, si riappropri del proprio spazio anche rispetto ad Internet, perché soltanto per questa via è possibile respingere la doppia tentazione, della Rete assoluta (nel senso di legibus soluta), e del controllo autoritario e liberticida di governi non democratici. Ed in questa direzione non aiutano certo le prese di posizione delle “anime belle” liberal! Qualche tempo fa andava di moda il dibattito sull’interrogativo: What’s Left?

Non l’ho mai seguito con particolare passione, ma se decidessi di prendervi parte direi con certezza che oggi il tema di fondo di una politica progressista è la disciplina della Rete. Mi aspetterei che lo dicessero le poche autorità morali mondiali che sopravvivono, come la Chiesa, che se ne occupassero con maggiore incisività le istituzioni europee (anche se restano ad oggi il solo momento di intervento serio sull’argomento), che ne preoccupassero le grandi potenze mondiali, proprio come giustamente stanno facendo oggi per la tragedia ucraina. Ma vedo una folla di persone fissare il dito, invece di guardare la luna!

*Ordinario di Diritto Privato, Università di Salerno Direttore Laboratorio IN.DI.CO. (informazione Diritto-Comunicazione)