di Marco Santoro*
Ristretti Orizzonti, 14 luglio 2026
In “Se fioriscono le spine” Glauco Giostra racconta ciò che accade quando il clamore giudiziario si spegne e il caso, oltrepassata la soglia del carcere, torna a essere una vita. Se fioriscono le spine comincia dove, di solito, la cronaca finisce. Dopo l’arresto, il processo, le ricostruzioni televisive, le immagini ripetute fino a consumarle; quando il nome dell’imputato si è ormai saldato al reato e il caso giudiziario viene consegnato al carcere. Da quel momento il fatto non scompare. Cambia forma. Entra nella quotidianità, si deposita nelle relazioni, accompagna i giorni, condiziona lo sguardo degli altri e quello con cui il detenuto continua a guardare se stesso.
Ho letto il romanzo di Glauco Giostra con la sensazione di chi riemerge da una specie di apnea. E, in un certo senso, con la tentazione di prendermela con l’Autore, perché il libro disturba. Non accompagna il lettore: lo costringe. Non lo rassicura: lo sposta dal punto in cui credeva di saper stare. All’inizio sembra di entrare dalla porta più prevedibile: un’aula di giustizia. Processo, prova, colpa, vittima, condanna. Ma quella soglia è ingannevole. Giostra adopera il diritto per condurre il lettore in un luogo che crede di conoscere e poi gli sottrae quella sicurezza. Il diritto ha bisogno di termini. E i termini possiedono, insieme, una virtù e un limite: circoscrivono. Imputato, vittima, colpevole, parricida, pena.
Sono parole necessarie. Delimitano il fatto, attribuiscono la responsabilità, distinguono ciò che è provato da ciò che non lo è. Il processo non potrebbe agire diversamente: deve selezionare, qualificare, decidere. Può dire il necessario. Non può dire tutto. Antonio entra in carcere preceduto dalla parola che ormai sembra contenerlo: parricida. La parola è vera. Dice ciò che ha commesso e la responsabilità che gliene deriva. Giostra non prova a correggerla attraverso la biografia, non disperde la colpa fra l’infanzia, la famiglia, la società e il destino fino a renderla irriconoscibile.
Soprattutto, non sottrae nulla alla vittima per restituire qualcosa ad Antonio. Il padre ucciso non viene spostato ai margini del racconto affinché il figlio possa occupare il suo posto. La sofferenza patita non diventa un credito da opporre al male inflitto. Il romanzo non cerca un innocente nascosto dentro il colpevole. Fa qualcosa di più difficile: lascia intatta la responsabilità e ne impedisce l’obliterazione. Parricida dice il gesto di Antonio. Non può dire, da sola, tutto ciò che Antonio è stato, quello che gli è accaduto, ciò che continua a ricordare e ciò che potrebbe ancora diventare. L’uomo della cronaca giudiziaria e l’uomo della pena sono la stessa persona, ma non coincidono nella rappresentazione che ne viene data. La cronaca concentra lo sguardo sul fatto eccezionale che a ben vedere secondo il codice può commettere “chiunque”.
Il processo lo isola dal flusso dell’esistenza, lo ricostruisce e lo giudica. Il carcere riceve invece la persona nel tempo: con il suo corpo, la memoria, la vergogna, gli affetti, le paure e il passato che non rimane chiuso nel fascicolo. È questo che, una volta varcata la soglia, spesso si dimentica. Chi lavora in carcere non incontra il titolo di un giornale né il personaggio di una trasmissione televisiva. Incontra una persona che deve mangiare, dormire, attendere, telefonare, difendersi, ricordare. Una persona che porta il proprio reato dentro la quotidianità, ma che non vive soltanto di esso. Il passato giudiziario entra nella cella. Si presenta ai colloqui.
Affiora nelle notti, nelle relazioni con gli altri detenuti, nella diffidenza di chi custodisce, nel bisogno di essere riconosciuti e nella paura di esserlo soltanto attraverso ciò che si è commesso. Il clamore si spegne, ma il fatto continua ad agire silenziosamente dentro la pena. Giostra riesce a dare forma proprio a questa realtà. Prima dell’imputato c’è stato un figlio. Prima del fascicolo, una casa. Prima della sentenza, una paura che aveva già imparato ad abitare la vita di Antonio. Tra il tribunale e la “casa” circondariale, il romanzo colloca infatti la casa natale.
È uno dei suoi scarti più profondi. La famiglia non è il luogo buono da contrapporre al carcere cattivo. È il primo spazio nel quale si impara a stare al mondo e, talvolta, il primo dal quale sarebbe necessario riuscire a evadere. Prima della porta blindata può esserci stata una porta domestica. Prima della mandata, una mano. Prima della cella, una casa che avrebbe dovuto custodire e che invece ha preparato la paura, il silenzio o l’impotenza. La vita, nel romanzo, lancia i dadi una prima volta senza equità e senza chiedere permesso. Distribuisce famiglie, protezioni, abbandoni, possibilità di parola e condizioni di partenza che restringono il cammino prima ancora che la volontà riesca davvero a misurarsi con il mondo.
Non è determinismo. Non è assoluzione. È il rifiuto della comoda solitudine dell’atto: l’idea che una colpa nasca tutta nell’istante in cui viene commessa e che basti nominarla per avere finalmente spiegato un uomo. Poi viene il tempo delle scelte e, Antonio, risponde delle proprie. Il romanzo non attenua il peso del gesto irreparabile. Mostra però che nessuna vita comincia nel momento in cui infrange la legge e che il reato, per quanto grave, non può riscrivere retroattivamente ogni istante che lo ha preceduto.
Quando Antonio entra in carcere, questa verità acquista un corpo. Il suo ingresso non è soltanto una successione di adempimenti o il trasferimento da un luogo all’altro. È una progressiva perdita di sovranità. Gli oggetti passano sotto il controllo altrui. Il corpo viene osservato, regolato, esposto. Le porte si aprono e si chiudono per decisione di altri. Il tempo smette di appartenere interamente a chi deve viverlo. Ogni necessità deve trasformarsi in una richiesta. Ogni richiesta deve trovare qualcuno disposto ad ascoltarla, rinviarla oppure ignorarla. Il carcere non prende forma soltanto nelle sbarre e nei cancelli.
Prende forma quando la persona comprende che quasi nulla dipende più esclusivamente da lei. Giostra racconta questa trasformazione senza compiacersi dell’oscurità del luogo e senza usare la prigione come scenografia. Gli bastano un tono, un’attesa, un’esitazione, un gesto laterale. È nei dettagli apparentemente minori che la pena stabilita dalla sentenza incontra la dipendenza quotidiana dallo sguardo, dalla decisione e talvolta dall’umore altrui. Anche la vulnerabilità, così, perde la sua collocazione più rassicurante. Siamo abituati ad associarla all’innocente, alla vittima, a chi non porta responsabilità.
Giostra mostra invece che si può essere vulnerabili senza essere innocenti. Si può aver commesso un male irreparabile e continuare a essere esposti al male degli altri. L’entrata in scena di Muto è gravida di umanità e protezione nei confronti di Antonio. Antonio resta responsabile e, nello stesso tempo, può subire da altri detenuti una sopraffazione che nessuna condanna prevede o autorizza. Essere privati della libertà non significa diventare disponibili a qualsiasi trattamento. Il colpevole può essere vittima di un abuso senza per questo diventare innocente. Le due verità non si annullano. Il romanzo obbliga a sostenerne insieme il peso.
È qui che nella lettura si inciampa. Colpevole, vittima, detenuto, custode: le categorie rimangono necessarie, ma smettono di essere sufficienti. L’umanità e la miseria non stanno mai definitivamente dove il lettore aveva deciso di collocarle. I personaggi istituzionali danno corpo a questa instabilità morale. Non sono semplici comparse, ma differenti modi di stare dentro la regola e davanti alla dipendenza altrui. Iena Ridens è il potere quando la regola perde l’anima e diventa ghigno. Non l’autorità necessaria, ma l’autorità che si compiace della vulnerabilità di chi non può sottrarsi. Ciriola è la misura: non rinuncia al ruolo, non abolisce la distanza, ma impedisce che alla pena venga aggiunto il disprezzo.
La direttrice del carcere esprime una funzione diversa ancora, quella del contenimento: tenere insieme la persona e la regola, accogliere la sofferenza senza farsene travolgere, esercitare il potere senza aver bisogno di esibirlo. Tre modi di stare nella stessa istituzione: il ghigno, la misura, il contenimento. Giostra non costruisce una graduatoria morale fra ruoli professionali. Mostra, piuttosto, che l’umanità non coincide stabilmente con una qualifica e che il potere non diventa legittimo una volta per tutte. Deve scegliere ogni giorno la propria forma. Poi vengono le mani. Nel romanzo non sono un ornamento sentimentale, ma un linguaggio. Stringono, accompagnano, coprono, ringraziano, trattengono e infine scivolano via.
Dicono se qualcuno è stato custodito, lasciato, riconosciuto; quanto una vita sia passata attraverso un’altra; quanto un gesto possa contenere più verità di una spiegazione. La mano della madre che, colpita a morte, scivola lentamente non porta via soltanto una persona. Porta con sé un’età intera: la giovinezza, la voce, la possibilità di sentirsi ancora protetti da qualcuno. La mano di Aurora compie un movimento opposto. Non cancella il male e non redime magicamente nessuno. Riconosce. Restituisce a chi si percepisce consumato dalla propria storia la possibilità di non coincidere interamente con la propria rovina. Quando le parole definiscono, le mani riconoscono. Anche l’orologio è molto più di un simbolo.
Il processo ha i suoi termini, la pena la sua durata, il carcere le sue giornate. Ma esiste un tempo più segreto, quello che si inceppa nella paura, nella perdita e nella colpa. In carcere il tempo non passa nelle celle e vola durante le telefonate e i colloqui. È scandito dalle chiavi, dalle aperture, dalle chiusure e dalle attese; eppure può restare fermo per anni nel punto esatto in cui una vita si è spezzata. Un orologio a carica cammina soltanto se una mano torna a compiere il gesto necessario. La domanda che il romanzo affida a quell’oggetto supera allora la trama: che cosa accade a una vita quando nessuno ne ricarica più il tempo? Forse è proprio questo il tempo che la sentenza non può misurare.
Non il numero degli anni da trascorrere in carcere, ma il modo in cui il passato continua a occupare il presente; la possibilità che una persona trovi ancora uno spazio nel quale diventare altro senza negare ciò che ha commesso; il punto in cui il cambiamento non cancella la colpa, ma impedisce alla colpa di diventare l’unica forma possibile dell’esistenza. Per questo Se fioriscono le spine merita di essere letto. Non perché offra una teoria del crimine, una denuncia del carcere o una consolante parabola di redenzione. Va letto perché conduce oltre il clamore dell’arresto e del processo, nel luogo in cui il caso giudiziario torna a essere una vita.
Giostra non chiede al lettore di cambiare parte. Gli impedisce di averne una sola. La vittima resta vittima. Il colpevole resta responsabile. La pena conserva la propria necessità. Ma il detenuto non coincide con il reato, chi custodisce non coincide con la divisa e nessuna sentenza può contenere, da sola, un’intera esistenza. Le spine possono fiorire. Ma continuano a pungere. È forse questa la verità più disturbante e più onesta del romanzo: una vita ferita può provare a rifiorire senza smettere di portare le cicatrici del proprio passato.
*Dott. Marco Santoro. Primo dirigente della Polizia penitenziaria










